L’insegnamento di Pier Paolo Pasolini: la vera rivoluzione è restare liberi dentro

Cinquant’anni fa a Ostia, si chiudeva brutalmente l’ultimo capitolo della vita di Pier Paolo Pasolini. Oggi il poeta friulano continua a interrogarci con una lucidità che nessun tempo ha scalfito. La sua vicenda artistica e umana nasce dalla lingua: non solo come strumento, ma come corpo vivente della realtà. Negli anni Quaranta, con l’“Academiuta di lenga furlana”, Pasolini tentò di rifondare una poesia “in una lingua non ancora scritta”, il friulano di Casarsa. Come Dante sei secoli prima, egli volle creare una lingua poetica nuova, capace di restituire dignità a un mondo escluso — quello contadino — prima che fosse travolto dalla modernità. La sua poesia, intima e civile insieme, cercava nel dialetto la purezza originaria delle cose e degli affetti, in un’Italia ancora non corrotta dal mito del benessere.

Dalla civiltà contadina al “fascismo totale”

Negli anni Settanta, quel mondo che aveva cantato nei versi friulani era ormai scomparso. Con gli Scritti corsari e le Lettere luterane, Pasolini passò dalla lirica alla denuncia, dalla nostalgia al grido. Vide, prima di chiunque altro, che il nuovo potere non avrebbe avuto più il volto del manganello, ma quello della pubblicità e della televisione. Lo chiamò “fascismo totale”: un sistema invisibile, che agisce non sui corpi ma sulle coscienze. L’omologazione linguistica e culturale, l’adorazione della merce, l’edonismo di massa: tutto questo, scriveva, è il vero autoritarismo della modernità. La società dei consumi non libera, ma addomestica. Non educa, ma diseduca alla libertà. È il potere che si traveste da progresso.

L’eredità di un intellettuale europeo. A cinquant’anni dalla sua morte, Pasolini resta un intellettuale europeo nel senso più alto: critico del capitalismo come Marx, ma anche del conformismo delle sinistre. Non fu reazionario, ma riformatore dello sguardo; non nostalgico, ma profeta di una libertà più profonda, che oggi chiamiamo sostenibilità culturale. In tempi di algoritmi e influencer, di parole logorate e desideri prefabbricati, la sua diagnosi è più che mai attuale. Il “nuovo fascismo” di cui parlava è la rete che ci seduce e ci profila, la politica ridotta a storytelling, la cultura che diventa prodotto. Ricordarlo oggi non è un rito commemorativo, ma un atto civile. Pasolini ci insegna che la vera rivoluzione è restare liberi dentro, conservando la capacità di dire “io” in un mondo che ci vuole identici. E che la poesia — quella che nasce dalla lingua viva del popolo — è ancora, forse, l’unica forma di resistenza.