Esteri
L’Iran e il rischio di un’alternativa costruita a tavolino dall’estero: la transizione democratica da affidare a Reza Pahlavi presenta forti contraddizioni
Intanto continua la repressione contro chi rappresenta una minaccia per il regime
Mentre nei corridoi europei si moltiplicano iniziative e contatti per delineare il “dopo” della Repubblica islamica, prende corpo un’operazione che suscita più di una perplessità: la promozione di Reza Pahlavi come possibile perno di un’alternativa costruita fuori dai confini iraniani. Un progetto che, al di là della retorica sulla stabilità, rischia di riproporre schemi già fallimentari.
Il primo nodo è storico e politico. La monarchia iraniana, di cui Pahlavi è erede diretto, ha governato per quasi sessant’anni attraverso un sistema autoritario: repressione sistematica, torture, esecuzioni e assenza di libertà politiche. Non solo. L’ascesa e il consolidamento di quel potere furono segnati da interventi esterni decisivi, dal colpo di Stato del 1921 fino a quello del 1953 contro il governo democratico di Mohammad Mossadegh. Un passato mai realmente rinnegato, che continua a pesare sulla credibilità di qualsiasi progetto politico che a quella esperienza si richiami.
A questo si aggiungono le ambiguità del presente. Il modello proposto da Pahlavi e dal suo entourage, pur evocando referendum e democrazia, resta vago nei contenuti e nei meccanismi. In concreto, si profila una fase “transitoria” senza limiti chiari, con una forte concentrazione dei poteri esecutivi, legislativi e giudiziari. Più che una transizione democratica, il rischio è quello di una sospensione della democrazia stessa. Non è un caso che, parallelamente, si continui a ricorrere a simboli e titoli monarchici, segno di una visione tutt’altro che superata.
Le contraddizioni non finiscono qui. Le posizioni espresse nei confronti delle minoranze etniche, spesso descritte come “separatiste” e trattate con logiche securitarie, hanno già contribuito a creare fratture nell’opposizione. Allo stesso tempo, il sostegno esplicito a opzioni militari contro l’Iran, presentate come “umanitarie”, solleva interrogativi sulla reale priorità attribuita alla popolazione civile. Ancora più preoccupanti sono i legami e le frequentazioni che emergono attorno a questo progetto: figure provenienti dall’area cosiddetta “riformista” del regime e individui accusati da ex prigionieri politici di aver collaborato con apparati repressivi. Elementi che minano ulteriormente la credibilità di un’iniziativa già fragile.
Ma il punto decisivo è un altro. Mentre si costruiscono alternative nei salotti europei, in Iran la repressione continua a colpire chi rappresenta una minaccia reale per il sistema. Nelle ultime ore, il regime ha giustiziato almeno quattro membri dei Mojahedin del Popolo (MEK), accusati di mettere in pericolo l’esistenza stessa del regime. È un fatto che impone una riflessione netta: chi viene realmente percepito come alternativa? Chi viene promosso all’estero, o chi viene torturato e giustiziato all’interno del Paese? La stessa Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), ha sottolineato come queste esecuzioni siano il segnale della paura del regime di fronte a una resistenza organizzata capace di metterne in discussione le fondamenta. Non solo repressione, dunque, ma anche un’ammissione implicita: il vero pericolo nasce dall’interno.
Il contrasto è evidente. Da una parte, una resistenza radicata nella società iraniana, che paga con la vita il proprio impegno. Dall’altra, figure costruite e amplificate fuori dal Paese, prive di reale consenso interno ma presentate come interlocutori credibili. In questo squilibrio si rivela tutta la debolezza — e il rischio — del progetto. L’esperienza degli ultimi anni lo conferma: iniziative centrate su Pahlavi hanno prodotto divisioni e frammentazione, finendo per favorire indirettamente il regime. Un’opposizione divisa e scollegata dal terreno rappresenta, di fatto, il miglior scenario possibile per il potere.
Il rischio, dunque, è chiaro. Tentare di “ingegnerizzare” il futuro dell’Iran dall’esterno non solo ignora la volontà del popolo iraniano, ma contribuisce a neutralizzare l’opposizione reale, quella che il regime teme davvero. E mentre nei palazzi si costruiscono alternative teoriche, la realtà continua a parlare con brutalità: chi rappresenta una vera alternativa viene eliminato.
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