Imbandierati del quadricolore palestinese – quello che sventola nelle manifestazioni in cui si inneggia all’Intifada – Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno manifestato il loro “pieno supporto” e la loro “solidarietà” alla campagna per la liberazione di Marwan Barghouti: “Un simbolo di unità per i palestinesi”, dicono.
Marwan Barghouti è uno stragista, mente e architetto della Seconda Intifada; e in forza di questo suo curriculum è anche più che un “simbolo” per la società palestinese: ne è l’eroe, come da quella società sono considerati eroi i tanti che lui equipaggiava e mandava a farsi esplodere nei caffè, nei ristoranti, nei mercati, nelle sinagoghe, nelle strade affollate di Israele. La Seconda Intifada è l’assassino di massa degli ebrei. La Seconda Intifada è il terrore stragista portato sugli autobus pieni di bambini. E Marwan Barghouti – cui vanno gli auspici di liberazione e i messaggi solidali di quegli esponenti politici – era tra i prominenti organizzatori di quel programma sterminazionista. Un sicario e addestratore di sicari. Un macellaio di bambini ebrei.
Onorando la militanza terroristica di quell’assassino, gli esponenti di vertice di quei tre partiti pensano forse di onorare la causa palestinese: indifferenti al fatto che invece, in questo modo, ne fanno una causa dannata. Non sanno, e se lo sanno è anche peggio, che l’ondata terroristica che investì Israele in quegli anni era la verità palestinese, la concezione dell’autodeterminazione palestinese, la manifestazione genuina delle aspirazioni palestinesi proprio mentre avevano corso i colloqui di pace e proprio per ottenerne il fallimento.
Decenni dopo, Bill Clinton avrebbe raccontato il proprio sconcerto nel vedere frustrati, per responsabilità palestinese, quei tentativi di soluzione. Ma il suo era sconcerto solo perché attribuiva al proprio interlocutore palestinese intenzioni diverse rispetto a quelle vere: perché il rifiuto palestinese non era immotivato, semplicemente si basava su un motivo incompatibile con qualsiasi soluzione negoziata. E il motivo era questo: gli accordi avrebbero posto fine alla leggenda con cui è stata follemente nutrita la società palestinese, e cioè che essa non fioriva per colpa degli ebrei, e che sarebbe potuta fiorire sulle macerie dello Stato degli ebrei.
Marwan Barghuthi è il vetusto e fallimentare simbolo di quella leggenda, la stessa che vent’anni dopo avrebbe portato agli eccidi del 7 ottobre e alla distruzione di Gaza, il prezzo che le dirigenze palestinesi hanno posto a redenzione del proprio indigesto fallimento. Una tragedia di cui sono complici gli sconsiderati – non vogliamo dire i disonesti – che persistono nell’errore e, anziché augurare ai palestinesi di liberarsi di quel passato distruttivo, preferiscono chiedere la liberazione di chi ha garantito loro un eterno presente di arretratezza e nessun futuro.
