È inusuale che il Capo dello Stato guidi i lavori ordinari del CSM, pur essendo il presidente. Sergio Mattarella ha ricordato che nei suoi 11 anni da Presidente della Repubblica fino a ieri non era mai accaduto. Il dibattito (e le polemiche roventi) sulla Giustizia, alla vigilia del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in Magistratura ha suggerito questo improvviso cambio di abitudini. Opportuno. Sacrosanto. Mattarella ha spiegato: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione“.

Il rispetto tra le Istituzioni è un segno essenziale della civiltà che le ha volute e istituito, appunto. Certamente non meno importante è il rispetto che le Istituzioni devono riservare ai cittadini. Rispetto che si manifesta nell’accettare le critiche, anche perché – come ha ricordato il Presidente – non c’è istituzione “esente nel suo funzionamento da difetti, lacune, errori”. È difficile contraddire la critica rivolta al Csm, anche da parte di autorevoli magistrati, circa la lottizzazione dei suoi componenti e a riguardo di alcune scelte di sanzioni mancate o di carriere promosse. Difetti, lacune, errori che devono essere riconosciuti. Critiche che devono essere ammesse in quello stesso “interesse della Repubblica”, invocato da Mattarella per “rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza”.

Non si tratta di tifare per questa o quella parte di magistratura più o meno incline alla politicizzazione e lottizzazione delle scelte adottate. Si tratta di ammettere che qualcosa non ha funzionato (e non funziona) nell’autogoverno della Magistratura, così come accade in altre istituzioni. Nessuno può sentirsi al di sopra delle contestazioni. Soprattutto se vengono dai cittadini. E soprattutto se feriscono i cittadini, i loro diritti, la loro dignità. Se mille italiani ogni anno sono vittime di errori giudiziari dovrebbero esserci mille sanzioni ad altrettanti giudici? Forse sì. Ma non accade così nemmeno per cinquecento magistrati. Nemmeno per 250.

Il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei giudici – principali promotori della proposta, che si inseriva in un contesto di forte dibattito sulle istituzioni, furono i Radicali, sostenuti poi da liberali, repubblicani e socialisti, mentre il PCI si schierò per il “no” – ottenne l’80% dei consensi a fronte di una partecipazione di oltre il 65% degli aventi diritto. Quarant’anni dopo possiamo dire che quella manifestazione di volontà popolare è stata soddisfatta? Non credo. Credo che ancora e per troppo tempo il sistema giudiziario sia avvertito dai cittadini come una cittadella inespugnabile e persino non criticabile. Questo non fa bene al rispetto dei cittadini oltre che a quello per le istituzioni. E se per invertire la rotta serve che il presidente della Repubblica presieda più spesso i lavori ordinari del CSM, siamo certi di poter contare sulla disponibilità assidua del Capo dello stato nei prossimi tre anni, fino alla fine del suo quattordicesimo anno di mandato al Quirinale.