La scomparsa
Addio a Jesse Jackson, il reverendo che provò a seguire le orme di Martin Luther King. Il credo “I am Somebody” e quel malinteso con Obama
Il reverendo Jesse Jackson si è spento all’età di 84 anni. “È morto serenamente”, le parole usate dai figli per dare l’annuncio della triste scomparsa. “I am Somebody” (io sono qualcuno) è invece la frase che da sempre lo ha contraddistinto, slogan ripreso da una poesia che lui stesso ripeteva spesso cercando di raggiungere quante più persone possibili, senza distinzione di genere e condizione sociale. Negli ultimi anni la sua presenza in pubblico si era assopita fino a quando, lo scorso novembre, è stato ricoverato per sottoporsi alle cure per una rara e grave malattia neurodegenerativa.
La lotta per i diritti civili
Jackson nasce l’8 ottobre del 1941 a Greenville, nella Carolina del Sud, quando la segregazione razziale incalzava sempre di più in America. La sua lotta per i diritti civili negli Stati Uniti comincia nel 1960 quando entrando in una biblioteca comunale della sua città natale, venne arrestato perché l’accesso al centro culturale era “white only”. La sua battaglia, durata decenni, è iniziata con il Congresso per l’uguaglianza razziale. Durante gli anni universitari ha mobilitato molti studenti a sostegno di un’altra grande figura, Martin Luther King. Subito dopo entra a far parte della Southern Christian Leadership Conference (SCLC) per poter lavorare a stretto contatto proprio con il Premio Nobel per la Pace del 1964. Dopo la morte del fondatore di SCLC, Jesse Jackson si proclama pubblicamente suo successore per la lotta ai diritti civili fondando il movimento People United to Save Humanity, con l’obiettivo di migliorare le condizioni economiche delle comunità nere del paese. Prima nel 1984 e poi nel 1988 prova la scalata alla Casa Bianca, grazie a questo gesto oltre due milioni di afroamericani si iscrivono alle liste elettorali, di cui ne trarrà un beneficio qualche anno più tardi Bill Clinton. La figura del reverendo ha segnato un passo fondamentale nella lotta per i diritti civili elevandola da semplice movimento a presenza stabile all’interno della politica nazionale, unendoli con rappresentanza elettorale e giustizia economica. “Non li difendiamo solo in tribunale o nelle piazze, ma anche dove si decidono lavoro, contratti, investimenti e accesso al credito”, questa era l’idea che da sempre ha contraddistinto Jesse Jackson.
La sua figura valicò i confini nazionali quando, in piena campagna elettorale, si recò in Siria contribuendo alla liberazione del tenente della Marina Robert Goodman. Sotto la presidenza Reagan venne più volte incaricato di mediare con leader rivoluzionari, come Fidel Castro, il quale dopo l’incontro con Jackson fece rilasciare 48 prigionieri politici cubani e cubano-americano. Un gesto fuori dai canoni diplomatici tradizionali, che gli valse ringraziamenti pubblici e un’enorme visibilità, ma allo stesso tempo la stampa e gli ambienti governativi si divisero. L’iniziativa del reverendo venne giudicata come rischiosa per la riuscita dei negoziati ufficiali e soprattutto offrire legittimazione a regimi autoritari.
Jackson e quel malinteso con Obama
La vita dell’attivista per i diritti civili è stata contraddistinta tra momenti di luci ed ombre. Proprio durante la sua prima campagna elettorale del ’84, Jackoson usò, durante una conversazione privata, termini dispregiativi verso le comunità ebraiche. Nel corso degli anni venne accusato di aver raccontato dettagli dell’omicidio di Martin Luther King, enfatizzando la sua posizione come successore. Anche le organizzazioni legate al reverendo furono sotto i riflettori della stampa, le critiche per le gestioni economiche non si fecero attendere soprattutto per un’amministrazione non sempre limpida e troppo personalizzata. Della sua vita privata si parlò solo quando ammise di avere avuto una figlia da una relazione extraconiugale con una sua collaboratrice. Nell’estate del 2008, durante un’intervista con la rete televisiva Fox, pensando che il microfono fosse spento rivolse, nei confronti di Barack Obama, parole non troppo tenere “voglio tagliargli le palle, sta rendendo un cattivo servizio ai neri”. Si scusò subito dopo, riponendo in Obama le speranze dell’America, ma ormai la sua immagine pubblica era compromessa da quella dichiarazione.
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