Europa
Mosca chiama il falco Medinsky per trattare. Merz, intesa con Kiev sui droni
Nessuno vuole contraddire Donald Trump. E per questo, sia il governo russo che quello ucraino hanno deciso di assecondare la volontà del presidente degli Stati Uniti confermando il desiderio di proseguire nel processo negoziale. Il prossimo round, a meno di clamorosi colpi di scena, è previsto i prossimi 17 e 18 febbraio a Ginevra: un trilaterale che segue quello di Abu Dhabi, concluso senza particolari passi in avanti. Ma l’impressione è che su questo prossimo vertice tra delegati russi, statunitensi e ucraini vi siano già delle ombre.
Lo scetticismo regna soprattutto dalle parti di Kyiv, specialmente dopo la nomina da parte di Mosca di Vladimir Medinsky, consigliere presidenziale del Cremlino, come capo delegazione. Una decisione che è stata ampiamente criticata dal fronte ucraino perché Medinsky, considerato un “falco”, legatissimo a Vladimir Putin e noto per le posizioni intransigenti rispetto al negoziato, aveva già preso parte ad altri colloqui. E tutti quegli incontri a cui aveva partecipato (tra cui quello in Bielorussia subito dopo l’inizio dell’invasione e l’anno scorso a Istanbul) si erano rivelati o fallimentari o senza effetti concreti nel percorso verso la pace.
Per il governo ucraino, mettere Medinski alla guida della prossima delegazione che partirà per la Svizzera non è un segnale positivo. Durante l’ultimo round negli Emirati, il Cremlino aveva inviato l’ammiraglio Igor Kostyukov, capo dell’intelligence militare, e una serie di funzionari della Difesa considerati come tecnici più inclini al pragmatismo e a un dialogo “costruttivo”. E mentre è stata confermata anche la presenza (separata) dell’altro negoziatore di Putin, Kirill Dmitriev, che ha parlato più volte con Steve Witkoff e Jared Kushner, l’impressione è che la Russia punti a mostrare una linea più netta. Un sospetto, questo, confermato anche dalle parole con cui il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha di fatto bollato le trattative come tentativi di Volodymyr Zelensky di sabotare gli accordi stretti tra Putin e Trump in Alaska lo scorso agosto. Per parte ucraina, la volontà è quella di mostrare il desiderio di proseguire nei negoziati. Kyiv ha deciso di schierare una squadra composta da Rustem Umerov, segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale ucraino e capo delegazione, Kyrylo Budanov, Andriy Hnatov, David Arakhamia, Serhiy Kyslytsia e Vadym Skibitsky.
Volodymyr Zelensky, a Monaco per la Conferenza sulla sicurezza, spera che la visita in Germania e il vertice in Svizzera diano un’accelerazione al negoziato e convincano gli Stati Uniti a rimanere al fianco dell’Ucraina. Ma le incognite, anche in questo caso, non sono poche. Ieri, fonti europee e americane hanno rivelato a Politico che Washington non firmerà alcun documento sulle garanzie di sicurezza se prima non ci sarà un accordo concreto sul porre fine definitivamente al conflitto. Il presidente ucraino può contare sul sostegno europeo, e in particolare della Germania, con cui ha siglato un accordo per la produzione congiunta di droni. Ieri, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito il supporto a Kyiv e ha accusato la Russia di non essere “ancora disposta a parlare seriamente”.
Secondo il capo del governo tedesco, la guerra “finirà solo quando la Russia sarà almeno economicamente, e potenzialmente militarmente, esausta”. “Ci stiamo avvicinando a questo momento ma non ci siamo ancora” ha chiarito Merz. E se Zelensky ha anche incassato nuovamente il pieno sostegno del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha parlato di consapevolezza nel “dovere fare ancora di più”, Kyiv continua anche a subire le conseguenze devastanti dell’invasione. Decine di migliaia di case sono senza luce e senza riscaldamento. Sei persone, tra cui tre giovani fratelli, sono state uccise dai bombardamenti russi che hanno colpito l’Ucraina orientale e meridionale. Rutte ha parlato di un “possente orso russo” che però “avanza al passo di una lumaca da giardino”. Ma la lentezza e il tributo di sangue di migliaia di soldati sono un prezzo che Putin è disposto a pagare per arrivare al tavolo negoziale in una posizione in grado di convincere Trump che non vi sarà alcun cambiamento sul campo di battaglia. E così spostare la pressione tutta su Zelensky.
© Riproduzione riservata







