Le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare della Nato, sono state nette. L’ex capo di Stato maggiore della Difesa, intervistato dal Financial Times, ha detto che l’Alleanza atlantica sta valutando la possibilità di reagire agli attacchi russi (nel mondo cyber ma anche con i sabotaggi e le violazioni dello spazio aereo) comportandosi in modo diverso. “Stiamo valutando di essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi”, ha detto Cavo Dragone, ricordando che un “attacco preventivo”, in questi casi, va pensato come qualcosa di “difensivo”. E anche se questo modo di agire è visto come distante rispetto al normale modo di agire della Nato (anche per “il quadro giuridico e giurisdizionale”), l’impressione è che da Bruxelles sia arrivato un segnale da non sottovalutare.

Le tensioni con la Russia non diminuiscono. Le azioni destabilizzanti, che vanno dal sospetto volo di droni vicino a basi e aeroporti fino alla disinformazione, ai sabotaggi e al sorvolo di mezzi aerei ai confini dell’Alleanza segnalano, in queste ultime settimane, una vera e propria escalation. E l’Occidente, che finora ha subito questo tipo di mosse, ora potrebbe cercare di riattivarsi dando un primo avvertimento alla Federazione. Le dichiarazioni di Cavo Dragone hanno avuto subito eco non solo in Europa ma soprattutto all’ombra del Cremlino. Le parole dell’ammiraglio sono “irresponsabili e aggressive” ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, accusandolo di “una mossa estremamente irresponsabile, che dimostra la volontà dell’alleanza di continuare l’escalation”. Per Zakharova, che ormai da anni la voce della diplomazia russa e una dei simboli dei “falchi” di Mosca, quello del leader militare della Nato è “un tentativo deliberato di indebolire gli sforzi per superare la crisi ucraina”. “Chi rilascia tali dichiarazioni dovrebbe essere consapevole dei rischi e delle possibili conseguenze, anche per gli stessi membri dell’Alleanza” ha detto la portavoce del ministero guidato da Sergei Lavrov.

Diversa, ovviamente, la posizione dell’Alta rappresenta dell’Unione europea, Kaja Kallas, che dopo il Consiglio Difesa dell’Ue ha voluto mettere in chiaro quale sia la postura dell’altra sponda di Bruxelles. L’ex premier estone ha fatto riferimento soprattutto a quanto sta accadendo a un altro Paese baltico, la Lituania, dove è stato segnalato un crescete uso di palloni aerostatici provenienti dalla Bielorussia e usate anche per il contrabbando. E il commento di Kallas ha ribadito la necessità di un intervento anche su questo fronte. “Abbiamo gli strumenti per le sanzioni ibride contro la Russia, ma non li abbiamo per la Bielorussia” ha detto l’Alta rappresentante Ue, “ma tutte queste azioni vanno coordinate con gli Stati membri. Spetta agli Stati utilizzare davvero questi strumenti per contrastare gli attacchi ibridi. Ma sta chiaramente diventando un problema sempre più grande”.

La tensione è alta, soprattutto ora che in Ucraina il conflitto rischia di completare il suo quarto anno senza assistere a una vera svolta. Ieri, il presidente Volodymyr Zelensky è andato a Parigi per incontrare il suo omologo francese, Emmanuel Macron. Il vertice è servito ai due leader per fare il punto della situazione non solo per quanto riguarda il campo di battaglia, ma anche per ciò che concerne le trattative riguardo il futuro del conflitto e il possibile accordo immaginato da Donald Trump. E Zelensky è stato chiaro: “Per garantire una sicurezza reale, dobbiamo anche assicurarci che la Russia stessa non percepisca nulla che possa considerare una ricompensa per questa guerra”.

La dichiarazione serve soprattutto a ribadire l’idea di Kyiv sulla cessione di territori prevista nella bozza di accordo russo-americana. E il leader ucraino, che ha sottolineato l’importanza di avere al proprio fianco la Casa Bianca, ha anche lanciato un nuovo assist nei confronti dei leader europei definendo “non molto giusto” il fatto di escludere il Vecchio Continente dal negoziato sulla ricostruzione. Macron, dal canto suo, ha confermato di non vedere da parte di Mosca “alcun segnale” sul volere fermare l’invasione.