Letture
Nel Purgatorio, la deep Napoli: il ricordo struggente del Quartiere con “Le vie del Mago”
Le vie del Mago è il romanzo di Paolo Birolini che va letto tutto d’un fiato. Un viaggio nelle strade perdute, tra luoghi putrefatti, botteghe, Chiesa e campetto
Ci sono libri che è meglio far parlare da sé che provare a raccontarli. Perché sono flussi di emozioni, immagini, sensazioni, odori. Elenchi di cose. “Le vie del Mago – Guida sentimentale al Purgatorio” di Paolo Birolini (CartaCanta) è un libro di questo tipo. Sono le strade del “Purgatorio” – che Birolini chiama alla Pratolini il “Quartiere” – Napoli, il cupo carcere a destra, il monumentale cimitero a sinistra: un mondo. Se possibile – non è lungo – questo libro va letto d’un fiato, attraversandolo, esattamente come l’io narrante attraversa il Quartiere, e i tempi della sua vita: questo io narrante, che è naturalmente l’autore, che si rivolge ai lettori con un “voi” che – essendo dentro il cuore della napoletanità – indoviniamo come un “tu”, quindi come un colloquio tranquillo nella forma e rovente nella sostanza.
Il Quartiere, dunque, via Stadera, via delle Puglie. «Poi non so cosa è accaduto, ma la polvere di quel novembre ha buttato giù questi piccoli perbenismi da paese. Ha detto al Quartiere che non era un paese, che non poteva essere un paese. Così, all’improvviso, è scoppiata la guerra. All’improvviso erano tutti camorristi, all’improvviso erano tutti spacciatori, all’improvviso erano tutti tossici e rapinatori». Strade strette, casone, ringhiere, cortili, polvere, gente brutta. «Il bar De Rosa è il posto dei padri perduti. Per tutta la nostalgia che film e libri e versi, portano in questi tempi ai padri, per quanta rinnovata passione per queste figure minori, per questi piccoli costruttori di destini segnati, nessuno dei luoghi che il racconto del quotidiano vi porta a visitare è emblematico della perdita del padre come questo posto piccolo e odoroso di segatura e anice. Che di segatura e anice sono fatti i padri, dell’ardore irritante del legno di noce, della grappa arrivata da Bergamo, del torpore invernale. Erano padri consueti e inarrivabili, educati e violenti». Già, i maschi. I Re. «Sempre Mazzinghi contro Benvenuti, sempre Frazer contro Cassius Clay. Niente di femminile doveva inquinare quel momento di intimità virile. Erano padri da poco e di poco conto: faticavano, montavano le mogli, bevevano caffè corretto di inverno e orzate d’estate. Ma sapevano ballare».
Il Quartiere è tufo, fango, fiume. Sembra Algeri, o l’India, ma è Napoli. Birolini elenca, certosino, come fa Joyce con Dublino: «Poi ci sono posti occasionali, consueti e incomprensibili, le torri di Dedalus o i macellai di Leopold Bloom. E non ci fate caso. Io devo raccontarveli quei luoghi, prima di ogni altra storia – e ce ne sono di storie. Prima delle vite. Perché lì le vite dipendono dai luoghi e così le devianze, gli omicidi, gli investigatori interiori». Il Narratore descrive luoghi in via di putrefazione o già putrefatti, le botteghe, la Chiesa, il campetto, «paese selvaggio, tutto mura e lave e lampioni, anime scrostate e nere che non hanno altro rifugio se non in quel lazzaretto», è una ricerca di luoghi fisici che si confonde con quella della sua esistenza, e capisci che sta parlando degli anni Settanta, degli Ottanta mentre il presente è come rarefatto.
Lasciamo parlare Birolini con la sua prosa che inonda la pagina: «Tutta quella vita che passava in pochi minuti, mentre la nera con gli occhi di giaietto e il seno sconsiderato continuava a guardarmi e a sorridermi e a dirmi: anche tu, anche tu puoi venire a stare in questo lembo di dignità, in queste case col bagno e l’ascensore e i vicini silenziosi. Fu un attimo rubare una bottiglia, controllare le sigarette nel taschino della camicia, il livello di eccitazione per quel futuro rocambolesco e inusuale, per quegli occhi inesorabili. Fu un attimo mostrarle la bottiglia e la porta, la fuga dal Quartiere, la salvezza, il tremore». La fuga. Dal Quartiere e dai suoi afrori, e dai suoi Maghi che l’abitarono e che forse sono ancora lì e ci resteranno per sempre.
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