Ragioni geologiche prevedibili
Niscemi, la lezione del ciclone Harry e la reale causa di questi disastri: costruiamo sempre nei luoghi sbagliati
Il ciclone Harry è passato, lasciando dietro di sé una scia di rovine e le consuete diatribe sui cambiamenti climatici e sulle inevitabili colpe dell’uomo. Ma in che consistono esattamente queste colpe?
Le immagini degli effetti di Harry sulla costa ionica messinese e reggina sono terrificanti; ma quelle immagini vanno comprese in relazione alla normale dinamica del pianeta. Prendiamo ad esempio Letojanni, uno dei tanti centri colpiti. L’abitato moderno è bordato verso monte dalla ferrovia, è quasi interamente a una quota inferiore a 10 metri, ed è costruito su corsi d’acqua tombati. La linea di riva dista solo 40-50 metri dal lungomare, orlato da edifici per lo più costruiti nel dopoguerra ma evidentemente prima della legge Galasso del 1985, che introdusse misure severe per difendere ciò che restava del paesaggio naturale.
Se un ciclone capace di alzare onde di 10 metri impatta frontalmente su una località così configurata, succede esattamente ciò che abbiamo visto nei giorni scorsi, e che era già accaduto simile a sé stesso nel 1933. Fenomeni che oggi possiamo prevedere con precisione e che i cambiamenti climatici possono certamente amplificare, ma le cui cause prime sono altre. In Italia si costruisce sistematicamente nei luoghi sbagliati, esponendo la popolazione a fenomeni naturali che proprio in quanto già accaduti dovrebbero essere noti, ma spesso non lo sono.
Il precedente delle alluvioni in Emilia-Romagna
Qualche esempio. Le alluvioni del maggio 2023 in Emilia-Romagna hanno nuovamente dimostrato che lì i centri storici sono stati fondati in luoghi e a quote che li hanno messi al riparo dall’acqua: a Bologna, ad esempio, sono spesso alluvionate le aree di espansione recente, ma nessuno ricorda Piazza Maggiore allagata. I cambiamenti climatici non c’entrano: le aree di espansione urbana sono più basse in quota, quindi più vicine ai fiumi principali. Gli Etruschi e i Romani lo sapevano, noi lo abbiamo dimenticato. Nel maggio 2023 Conselice (Ravenna) fu dapprima alluvionata, poi a lungo assediata da acqua stagnante. Conselice sorge in una porzione della Romagna che è da sempre soggetta a subsidenza: sia naturale, sia dovuta all’estrazione del metano a partire dal dopoguerra. Gli argini dei fiumi devono essere rialzati e gli alvei si ritrovano 5-6 metri sopra la quota della stessa Conselice: se l’argine si incrina, la città va sottacqua. Di nuovo, non per effetto dei cambiamenti climatici, ma per ragioni geologiche prevedibili.
Ragioni geologiche prevedibili
Quando nel maggio 1998 un’alluvione disastrosa colpì Sarno e altri centri del salernitano, ci si accorse che quella città si era espansa lungo le naturali vie di deflusso di periodiche colate di fango: colate alimentate dai depositi che altrettanto periodiche eruzioni del Vesuvio accumulavano sui rilievi alle spalle della città. Ma nessuno degli edifici storici della città fu coinvolto nel disastro, a testimonianza di una saggezza ormai dimenticata. E che dire dei quartieri residenziali abbarbicati sulle pendici del Vesuvio, o mollemente adagiati sul fondo dei crateri dei Campi Flegrei? Da sempre le aree vulcaniche hanno richiamato le popolazioni, attratte dalla fertilità del suolo e dalla grande disponibilità di acqua; ma in epoca moderna queste popolazioni hanno molto aumentato la propria esposizione, e con essa il rischio di finire travolti da una eruzione.
Il fenomeno sismico è il più insidioso di tutti quelli che abbiamo tratteggiato. A seguito di una alluvione, a partire dal 1591 la città di Palermo fu “spianata”: sia per regimare due corsi d’acqua che la attraversavano, sia per disegnare una pianta urbana più moderna. Ma lo scuotimento causato dai forti terremoti del 1726, 1823 e 1940 danneggiò gravemente e sistematicamente proprio gli edifici sorti sui riporti usati per colmare la accidentata topografia preesistente. Accurati studi geologici consentono oggi di mappare le amplificazioni sismiche attese e di stimare dove e come colpiranno le prossime alluvioni, le future colate di fango, le rare ma inevitabili eruzioni. E sempre più emerge che si è costruito molto – e spesso abusivamente – nei luoghi sbagliati. Il problema non riguarda tanto le città storiche e l’edilizia monumentale, ma piuttosto gli sviluppi urbanistici postbellici: e purtroppo la legge Galasso ha chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati.
Cambiare rotta richiederebbe misure draconiane: spostamenti, sostituzioni, rinaturalizzazioni, ricuciture. Ma ancor prima è necessario che la politica accenda i radar sul tema; occorre evitare che cambiamenti climatici e fenomeni naturali “eccezionali” siano ancora usati come un comodo alibi per continuare a ignorare le reali cause di questi disastri.
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