Nvidia scommette sui chip in Israele: un centro di ricerca e sviluppo ad Haifa

Negli anni ‘50 del secolo scorso, in Israele, le uova erano razionate. Come ha potuto questo piccolo Paese senza risorse, perennemente in guerra, diventare la “seconda casa” di Nvidia, prima società al mondo per capitalizzazione? Perché il più grande sviluppatore di semiconduttori decide di impiantare in quello striminzito pezzo di Medio Oriente un centro di ricerca e sviluppo che triplicherà le risorse umane già assunte? Perché Google e Apple hanno investito senza sosta in Israele, facendo incetta di start up tecnologiche e a loro volta insediandosi con siti di progettazione secondi soltanto a quelli negli Stati Uniti?

È semplice. Perché da decenni Israele investe in avanzamento tecnologico e scientifico, in campo medico, farmaceutico, nell’agricoltura, nella Difesa, nella sicurezza, nelle biotecnologie, nella formazione, nell’Intelligenza Artificiale. Le risorse, gli stabilimenti, i progetti infrastrutturali e le linee di credito di cui ora Israele è destinatario non sono scommesse che quei colossi industrial-finanziari azzardano sul minuscolo Stato degli ebrei: sono “ritorni”, sono la remunerazione di quell’attività di investimento pregresso che Israele ha fatto su sé stesso.

Se Israele non è soltanto la potenza militare che primeggia nella regione, ma una realtà prominente a livello mondiale per innovazione e progresso tecnologico, è perché ha compreso che un deserto senza petrolio sotto poteva diventare una ricchezza con coltivazioni sopra: ma ci volevano le invenzioni sull’irrigazione a gocciolamento per giungere a tanto. E questo spiega che la potenza militare di Israele è semmai un riflesso, una risultante di una propensione alla modernità e al futuro che non si ripete nelle società circostanti, armate fino ai denti e sedute su oceani di petrolio che tuttavia non bastano a dare benessere ai propri cittadini. Né a farle partecipare in qualsiasi modo, in qualsiasi campo, alla competizione globale.

Questa è una consapevolezza ormai non più acerba tra le dirigenze delle società arabe più avvertite, costrette a riconoscere che anche per il proprio futuro il “nemico” israeliano è in realtà il più affidabile. Perché le alternative sono le brame turche e le fallimentari pretese di leadership iraniane, buone semmai a tenere sulla griglia lo Stato ebraico ma non a garantire prospettive di equilibrio e progresso.

La guerra di Gaza ha infierito pesantemente sull’economia israeliana, per la consistente distrazione di risorse umane e per la produzione di quelle materiali che il conflitto ha reso necessarie. Ma se quelle multinazionali non hanno smesso di investire in Israele, e anzi hanno moltiplicato lì la loro azione, è perché lo Stato ebraico non ha trasformato la propria economia in un’economia di guerra. Al contrario, ha tratto dalla guerra e ha applicato alla guerra insegnamenti capaci di farlo competere anche in quel campo in modo diverso e più avanzato. Era facile berciare contro l’operazione su migliaia di cercapersone fatti esplodere tra le gambe di altrettanti quadri di Hezbollah in Libano, ma se non c’è stata un’altra guerra duratura è stato grazie al presunto “terrorismo” di quella manovra. Era facile strillare contro la violazione del diritto internazionale nella guerra dei 12 giorni contro i siti nucleari e missilistici iraniani, ma era la dimostrazione esemplare dell’abisso di differenza rispetto al regime che lancia settecento missili e droni sui civili israeliani. Ed è il motivo per cui Nvidia programma il futuro dei propri chip ad Haifa: non a Teheran.