TEL AVIV – Dopo quasi due giorni di silenzio, ieri i missili iraniani sono tornati a colpire Tel Aviv, provocando una decina di feriti leggeri, tra cui alcuni bambini, e danni ad abitazioni. Il nord del Paese è letteralmente tartassato dai missili di Hezbollah dal Libano e, inevitabilmente, si cominciano a contare i primi caduti tra i soldati dell’IDF nel sud del Libano, impegnati nel tentativo di allontanare la minaccia terroristica di Hezbollah, mentre si rivela sempre più inutile il ruolo delle forze internazionali che dal 2006 avrebbero dovuto impedirne il radicamento nel sud del Libano, come prevede la risoluzione ONU di quello stesso anno.

Il Libano appare ormai alla deriva, se si pensa che l’ambasciatore iraniano, espulso la settimana scorsa dal governo libanese e invitato a lasciare il Paese entro domenica 29 marzo, è ancora lì. In questo contesto, in cui è possibile fare analisi ma impossibile prevedere l’evoluzione del conflitto, la Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, ha approvato in terza lettura – dopo aver modificato alcuni punti importanti – la legge da tempo sostenuta dal partito guidato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir sulla pena di morte per i delitti di terrorismo più efferati. È evidente che Netanyahu sia, in un certo senso, politicamente ostaggio dei suoi alleati, come già accaduto con la questione del servizio militare per gli ultraortodossi. Se non avesse acconsentito alla presentazione della legge, Ben-Gvir avrebbe potuto ritirare il sostegno al governo, provocandone la caduta.

L’aspetto politico più interessante è però un altro: la legge è passata con 62 voti contro 48 anche grazie al voto favorevole di una parte dell’opposizione. Il partito Beitenu, guidato dall’uomo forte della destra laica Avigdor Lieberman – già ministro della Difesa in un governo Netanyahu ma ormai suo avversario politico – ha votato a favore della legge, a condizione che anche Netanyahu partecipasse al voto insieme al partito ortodosso sefardita Shas, rimasto fino all’ultimo incerto sul sì. Il partito ortodosso ashkenazita Yahadut HaTorah, anch’esso al governo, è in realtà una lista formata da due partiti distinti: Degel HaTorah, che alla fine ha votato a favore, e Agudat Yisrael, che invece ha votato contro la legge. Da questi dati emerge chiaramente che il voto è stato trasversale e che probabilmente riflette lo stato d’animo della società israeliana. La maggioranza della popolazione appare favorevole e la votazione sembra riflettere il clima creato da decenni di attacchi terroristici. È come se il 7 ottobre 2023 avesse definitivamente fatto emergere un sentimento già diffuso.

Resta però una domanda: perché la maggior parte degli israeliani è favorevole alla pena di morte per i terroristi? Il consenso è aumentato proprio perché la legge ha intercettato il sentimento nato dopo il 7 ottobre 2023. Ciò non significa che esista un consenso unanime nella società israeliana, ma che il sostegno è oggi politicamente legittimo, soprattutto all’interno dell’elettorato ebraico. La questione si inserisce in un contesto modellato da terrorismo, guerra e ostaggi, e nella convinzione sempre più diffusa che una condanna all’ergastolo non sia definitiva, soprattutto dopo i ripetuti scambi di prigionieri in cambio degli ostaggi. L’ultima parola sulla sua effettiva applicazione spetterà comunque alla Corte Suprema.