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Pensare tre mosse avanti: cosa la politica può imparare dagli scacchi
“Una palestra per il carattere, un’arte della strategia e una sinfonia della logica”. Così si può leggere nell’ultima campagna della Federazione Scacchistica Italiana, che accompagna un vero e proprio boom della disciplina: oggi 15 milioni di italiani sanno giocare a scacchi e 3,6 milioni li praticano ogni settimana.
È lo sport più democratico che esista: le regole sono uguali per tutti e, davanti alle 64 caselle, si confrontano giovani e anziani, uomini e donne, senza distinzioni. Non esistono Var o fuorigioco: vince chi ha saputo muovere meglio i propri pezzi. Anche per questo gli scacchi esercitano da sempre un forte fascino, generando parallelismi che arrivano fino alla politica.
“Certo, in ambito pubblico le regole sono diverse e non sempre per forza vince il più bravo”, osserva Daniel Fishman, spin doctor di Consenso e appassionato scacchista. “Ma resta centrale la capacità di prevedere scenari e anticipare le mosse degli avversari”.
Gli scacchi insegnano che serve un piano, una visione d’insieme. Non basta gestire l’immediato: bisogna conoscere aperture e varianti, immaginare sviluppi, accettare che ogni mossa, come ogni dichiarazione politica, produca effetti indiretti, spesso visibili solo nel tempo. Pensare tre o cinque mosse avanti significa riconoscere che politiche economiche, ambientali o demografiche generano conseguenze di lungo periodo, e che le riforme strutturali danno frutti anni dopo. Bisogna esserne consapevoli. E scegliere di esserlo.
Eppure, troppo spesso, la politica si muove in modo reattivo: sondaggi, emergenze, ricerca del consenso immediato. Lo scacchista non gioca per la prossima mossa; molti politici, sì.
“Nelle campagne elettorali”, continua Fishman, “non ci limitiamo a sostenere un candidato: lavoriamo per costruire lo scenario competitivo migliore. La logica e l’obiettivo sono quelle di non dover rispondere alle mosse degli altri, ma di costringere gli altri a rispondere alle nostre”.
Anche il presidente della Federazione Scacchistica Italiana, Luigi Maggi, con un background nella formazione delle risorse umane, utilizza spesso gli scacchi per spiegare dinamiche manageriali e, per estensione, politiche. “Il primo insegnamento è il valore del tempo: si può dominare la partita sulla scacchiera e perdere perché il tempo è scaduto. In azienda come in politica, bisogna saper arrivare alle decisioni migliori nel tempo a disposizione. E ricordare che anche una buona idea, se arriva nel momento sbagliato o è attuata male, può fallire”.
C’è poi la capacità di leggere l’avversario. I grandi campioni, a cominciare da Garry Kasparov a Magnus Carlsen, studiano stili e partite per anticipare le mosse future. Un approccio che, tradotto nella politica, significa comprendere non solo gli avversari, ma anche alleati, mercati e opinione pubblica. È da qui che nasce un pensiero strategico che deve essere multilivello.
Infine, il tema del sacrificio. “Negli scacchi si può decidere di cedere un pezzo per ottenere un vantaggio futuro”, spiega Maggi. “In politica può voler dire prendere decisioni non comprensibili immediatamente ma necessarie. Senza una visione complessiva, però, il sacrificio rischia di essere inutile”. Per entrambi, la sintesi è che la politica e la comunicazione politica ed aziendale devono aprire una nuova stagione strategica, fondata sul pensiero sistemico e su una maggiore cultura della pianificazione e meno ossessionata dal breve termine
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