L'editoriale
Quei richiami inascoltati dei Presidenti della Repubblica e la tossicità delle correnti dei magistrati
«Magistero» è una parola impegnativa. Richiama un alto insegnamento dottrinale. In Italia possiamo riferirlo solo al Papa e al Presidente della Repubblica. Ecco: c’è un magistero specifico dei nostri Presidenti riferito alla correntocrazia giudiziaria? Sì, c’è; dai tempi dei primi inquilini del Quirinale.
Gronchi
Il Presidente Gronchi, già all’insediamento del primo Csm, temeva che «l’autonomia e l’indipendenza» portassero all’autoreferenza «di alcuni degli organi che sono posti al vertice dell’ordinamento giuridico dello Stato» (18 luglio 1959). Gli effetti degenerativi sono diventati esponenziali durante il mandato degli ultimi cinque Capi dello Stato.
Cossiga
È stato Francesco Cossiga ad attaccarli con i toni più estremi. Il 17 novembre 1991 contestò le materie non di competenza del Consiglio, incaricando un reparto dei Carabinieri di sgomberare Palazzo dei Marescialli. La crisi poi rientrò, ma Cossiga mise nel mirino l’Anm come responsabile della «disgrazia della magistratura italiana: quella di tante correnti che recitano da partitini».
Scalfaro
Gli succedette Oscar Luigi Scalfaro, il cui mandato segnò la crisi della Prima Repubblica. Ravvisando nelle nomine la «benevolenza per chi ha lo stesso gruppo sanguigno», mise all’indice «la distinzione fra il Magistrato, che ha la dignità e la sovranità della toga, e quello che sotto la toga può avere interessi politici o di altra natura. Perché o si ha il coraggio di tagliare netto oppure si perde larga parte anche della solennità e dell’impegno delicatissimi di questo Organo» (23 dicembre 1992).
Ciampi
In continuità è stato il lascito di Carlo Azeglio Ciampi, uomo di altra pasta: «Il magistrato deve “parlare con i suoi atti” ed essere consapevole dei limiti che le norme etiche, non solo quelle scritte, impongono alle sue presenze e ai suoi comportamenti anche fuori delle aule di giustizia». E stigmatizzò, dinanzi al Csm, «logiche correntizie che hanno imposto “pause, frenate e mediazioni faticose ben al di là della pur necessaria dialettica” insieme alle “discipline di gruppo” che tendano a influenzare le valutazioni dei singoli» (26 aprile 2006).
Napolitano
Più vicini al rincrudire negativo nell’autogestione della magistratura, sono stati Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. «Re Giorgio» bollò le consorterie tra magistrati. «Le nomine debbono essere tempestive e non passare sotto le forche caudine di interminabili tentativi di mediazione, che espongono questo adempimento primario a polemiche sul condizionamento di visioni correntizie che travalichino i limiti della normale dialettica», dichiarò in occasione del primo incontro col Csm, l’8 giugno del 2006. E il 9 giugno del 2009, parlò di «logiche di appartenenza correntizia»; fino alla censura di scelte «condizionate da logiche spartitorie e trasversali» (15 febbraio 2012) e al Consiglio che «non è un assemblaggio di correnti» (25 settembre 2014).
Mattarella
E veniamo a Mattarella, il quale denunciò che la copertura dei posti vacanti negli uffici giudiziari è «ritardata dalla ricerca di intese su una pluralità di nomine» (8 giugno 2015). Leggasi spartizione. Per poi mettere l’accento critico «sul ruolo e sull’utilità stessa delle correnti interne alla vita associativa dei magistrati» e sull’«intreccio di contrapposte manovre, di scambi» (19 giugno 2020). Ma l’intervento più forte fu all’indomani dello «scandalo Palamara». In quell’occasione, per fare fronte alle «conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza» dell’ordine giudiziario, fu lo stesso Presidente a sollecitare «riforme che attengono a composizione e formazione del Csm». Era il 21 giugno 2019, premier era Giuseppe Conte e alla Giustizia c’era Alfonso Bonafede. Non fecero nessuna riforma.
Quirinale, i richiami senza effetto
E adesso che il governo Meloni la fa, si è scatenato l’inferno, tra le cui fiamme è stato tirato per la giacca pure Mattarella stesso. Tiriamo invece una conclusione razionale. Perché i richiami del Quirinale, in stagioni politiche diversissime, non hanno sortito effetto? Perché il magistero del Colle è stato sconfitto? Perché non è mai cambiato il sistema di elezione e di funzionamento del Csm. La riforma Nordio adesso lo cambia, ma sul fronte referendario del No c’è chi vive il cambiamento come uno shock. Ma è uno shock positivo, necessario e non più rinviabile.
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