“Non ricordare” il nome
Rai, Barbareschi risponde a Ranucci in diretta: il caso nasce da uno sgarbo ripetuto
Durante una diretta su RaiTre, Luca Barbareschi ha reagito pubblicamente a quella che considera l’ennesima provocazione di Sigfrido Ranucci, dando vita a uno scontro che ha immediatamente acceso il dibattito interno alla Rai e fuori. Una risposta “pan per focaccia”, arrivata dopo una lunga serie di episodi analoghi.
Secondo una nota dell’Usigrai, l’episodio rappresenta un fatto grave e senza precedenti nella storia recente del servizio pubblico. Il sindacato segnala anche il silenzio dei vertici aziendali e richiama l’attenzione sul clima che circonda Report. Posizioni legittime, ma che non esauriscono il quadro. Perché il punto centrale, rimosso dal racconto prevalente, è un altro: da oltre due anni Ranucci ripete sistematicamente lo stesso sgarbo in diretta, fingendo ogni volta di dimenticare il nome del conduttore a cui passa la linea. Non una volta. Non per distrazione. Ma come gesto reiterato, pubblico, riconoscibile.
In televisione, e a maggior ragione nel servizio pubblico, la reiterazione conta. Un comportamento che si ripete diventa messaggio. E quando un conduttore di punta si permette, settimana dopo settimana, di “non ricordare” il nome di chi segue, esercita una forma di potere simbolico: sottile, ma evidente. Non neutra.
Che squallore #Barbareschi, senza il traino di #Report sarebbe a pettinare le meduse col culo. Solidarietà a Ranucci, non mollate. pic.twitter.com/iJSc4Iqtuk
— Gimmoriso’ 🇵🇸 (@fawollo13) January 12, 2026
Barbareschi e la tolleranza prolungata
Il problema non è la singola battuta. È la serialità della provocazione. In questo quadro, la reazione di Barbareschi non nasce nel vuoto. Arriva dopo una tolleranza prolungata, dopo un silenzio aziendale che ha trasformato uno sgarbo in prassi. E quando una prassi non viene corretta, prima o poi qualcuno smette di incassare.
Questo non assolve nessuno per definizione. Ma rimette i fatti in ordine. Perché isolare l’ultima scena senza raccontare le precedenti è un modo elegante per spostare il fuoco. Il servizio pubblico non è fatto solo di inchieste e audience. È fatto anche di rispetto professionale, ruoli riconosciuti, regole minime di convivenza televisiva. Quando queste regole saltano sempre nello stesso verso, il problema non è chi reagisce. È chi ha lasciato che accadesse.
E così, più che uno scandalo improvviso, quello visto in diretta è l’effetto finale di una provocazione normalizzata. Pan per focaccia. Dopo due anni.
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