Il referendum sulla giustizia non può essere ridotto a consultazione tecnica o a regolamento di conti tra politica e magistratura. È, al contrario, un passaggio di rilievo costituzionale e culturale che rimette al centro una domanda: quale equilibrio vogliamo tra potere e responsabilità, proprio là dove il potere incide sulla vita delle persone.

Per questo non basterà “vincere” al Sì. Un esito risicato, privo di una legittimazione popolare, rischia di tradursi in una occasione mancata; una vittoria netta, invece, può costringere la magistratura a interrogarsi seriamente su sé stessa e ad avviare quell’autoriforma che, sola, consente di preservarne l’autorevolezza. La storia insegna che i poteri realmente solidi non temono di riformarsi quando avvertono il rischio del decadimento. È questa, oggi, la misura della sfida: non la difesa dell’esistente, ma la capacità di rigenerarsi senza perdere legittimazione.

Nel dibattito si è insistito sulla separazione delle carriere, presentandola ora come la panacea di tutti i mali, ora come la premessa di una deriva autoritaria. Entrambe le letture sono caricaturali. L’appartenenza del Pm all’ordine giudiziario e l’obbligatorietà dell’azione penale restano capisaldi dello Stato liberale. La riforma non li scalfisce. Non siamo di fronte a un Pm trasformato in funzionario dell’esecutivo né ad un arretramento delle garanzie costituzionali. Sotto questo profilo, anzi, la riforma appare poco incisiva: quei Pm che abusano del loro potere non hanno certo bisogno di essere sottratti all’ordine giudiziario per violare le regole, come dimostra una prassi che troppo spesso resta priva di sanzioni. Il vero problema, dunque, è quanto la riforma non ha avuto il coraggio di fare.

Il nodo irrisolto – e rimosso dal dibattito – è quello della responsabilità civile dei magistrati. La norma del 2015 è stata svuotata dall’interno in quanto le azioni vengono rigettate in modo sistematico, secondo una prassi che nulla ha a che vedere con la tutela dell’indipendenza e molto, invece, con un riflesso corporativo che delegittima l’intero sistema. Si tratta di una pantomima giudiziaria, spesso condita da severe condanne alle spese, impiegate in chiave dissuasiva per scoraggiare chi osi proporle. Eppure un ordinamento liberale è credibile quando non teme la verifica, quando non trasforma l’errore in un tabù, quando non scambia l’indipendenza con l’immunità. È qui che il referendum può assumere un significato che va ben oltre il suo contenuto formale.

Una vittoria netta del Sì non sarebbe un atto di ostilità verso la magistratura, ma un messaggio inequivoco: l’indipendenza non può più essere brandita come uno scudo per sottrarsi alla responsabilità. E proprio perché l’attività interpretativa del giudice deve restare sottratta al sindacato risarcitorio, ciò che non è tollerabile è che anche le azioni di responsabilità vengano neutralizzate in partenza sulla base di un ordine di scuderia.

La riforma necessaria non era la separazione delle carriere, ma l’attribuzione delle azioni di responsabilità a un plesso giurisdizionale terzo. Si dirà che resta il versante disciplinare, ove la riforma introduce un’Alta Corte, in cui i meccanismi di sorteggio dovrebbero ridurre le degenerazioni correntizie. Può darsi. Ma l’esperienza insegna che, anche in sede disciplinare, gli abusi continuano troppo spesso a trovare una zona franca e spesso sono riconducibili a una mentalità deformata di magistrati convinti di esercitare una funzione salvifica, invece che quella propria di applicare la legge, con rigore e misura, dentro i confini costituzionali. La magistratura nel suo complesso ha saputo in larga misura preservarsi, grazie a una maggioranza di magistrati seri e irreprensibili. Tuttavia è intollerabile la sua inerzia verso quei pochi che, ogni giorno, ne minano il buon nome e che rappresentano una vera emergenza democratica. Sono loro, paradossalmente, il motivo più profondo per cui il Sì vincerà.

Si obietterà che tutto ciò dipende dalle correnti e da un Csm politicizzato, e che verrà superato dalla riforma e dal sorteggio. Ma a monte resta il problema di quella maggioranza di magistrati irreprensibili che, per quieto vivere o per evitare scocciature, si volta dall’altra parte, macchiandosi di culpa in vigilando. Ecco perché il referendum non deve essere un voto contro qualcuno, ma un voto per qualcosa: perché la parte migliore della magistratura smetta di fare “spallucce”; perché comprenda che la propria credibilità è messa in discussione proprio dall’inerzia verso i pochi che hanno “subornato” i molti. Ma perché questo accada serve una vittoria chiara, inequivoca, impossibile da ridimensionare. Solo allora la magistratura dovrà prendere atto che è arrivato il momento, non più rinviabile, di separare definitivamente la tutela dell’indipendenza dalla difesa dell’indifendibile.

Francesco Fimmanò

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