“La prima vittima a morire in guerra è la verità”, ammoniva Eschilo. Questo inizio di campagna referendaria ne offre dimostrazione: falsificazioni sistematiche, citazioni inventate, spettri agitati per intimorire l’elettorato. Il fronte del No ha edificato la propria strategia su tre pilastri. Peccato crollino al primo soffio di verifica.

Si consideri il caso più squisitamente paradossale. Gratteri, ospite di diMartedì, sfodera con solennità quasi liturgica lo smartphone per leggere una presunta intervista di Falcone del 25 gennaio 1992 contro la separazione. Piccolo dettaglio: quell’intervista non esiste. Mai rilasciata, mai pubblicata, mai esistita se non nella fantasia dei social. Se tale è il rigore con cui un procuratore verifica le fonti in televisione, è lecito interrogarsi sulla disinvoltura applicata nei procedimenti penali. La dimestichezza con le fonti che si utilizzano dovrebbe essere requisito minimo, specie quando si parla a milioni di cittadini.

Il vero Falcone sosteneva posizioni opposte. Ad esempio nell’intervista a Mario Pirani per Repubblica il 3 ottobre 1991: “Nel dibattimento il Pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice. Chi, come me, richiede che siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato”. Si continua imperterriti a tirare per la giacchetta un morto che non può più difendersi. Storytelling da necrofilia argomentativa.

Secondo pilastro: la paventata subordinazione all’esecutivo. Gratteri lo reitera con costanza degna di miglior causa: “La separazione è il primo step verso la sottoposizione all’esecutivo”. Metodo Cassandra: profetizzare sciagure future per bloccare riforme presenti. Con una differenza: Cassandra diceva il vero, Gratteri dice il falso. La riforma non modifica il ruolo del Pm. L’articolo 104 resta immutato: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente”.

L’articolo 112 sull’obbligatorietà dell’azione penale rimane intatto. Quanto all’argomento “in tutti i Paesi con carriere separate il Pm dipende dall’esecutivo”, basta chiedersi: quali Paesi occidentali non hanno la separazione? Praticamente solo l’Italia. In quasi tutti i Paesi del mondo occidentale la separazione esiste da decenni. Presentare “unità o subordinazione” come unica alternativa costituisce, per dirla con garbo, disonestà intellettuale.

Terzo pilastro: la mitologica “cultura della giurisdizione” del Pm italiano. Chi – come lo scrivente – calca le aule da decenni constata che, ammesso sia mai esistita, è scomparsa con i dinosauri. Assistere a un Pm che ricerchi prove favorevoli all’imputato è chimera da bestiario medievale. Vederne uno richiedere l’assoluzione? Più raro di un’eclissi. Un procuratore generale che in Cassazione solleciti l’annullamento su ricorso dell’imputato? Accade con la frequenza delle comete. L’articolo 358 impone al Pm “accertamenti a favore della persona sottoposta alle indagini”. Non l’ho mai visto rispettare in trent’anni. Persiste solo la cultura dell’accusa e della pervicacia a ogni costo. Ciliegina sulla torta: l’articolo 146 stabilisce che il Pm sieda sullo stesso piano del difensore. Eppure dalla Cassazione a Palermo il Pm siede sovraordinato, alla stessa altezza del giudice. Retaggio del parquet che viola il principio per cui la giustizia non solo deve essere fatta, ma deve anche apparire che sia fatta.

L’aspetto più paradossale: l’Anm costituisce il comitato per il No. La magistratura che invoca la separazione dei poteri la viola scendendo in politica. “Performative contradiction”: predicare un principio negandolo col proprio comportamento. Montesquieu si rivolta nella tomba: “Tutto sarebbe perduto se lo stesso corpo esercitasse più poteri”. Il messaggio che ne deriva: “i magistrati difenderebbero privilegi e autoreferenzialità.” “Una menzogna ripetuta mille volte diventa verità”: metodo Goebbels applicato con diligenza. Gratteri in tv, Di Matteo sui giornali, l’Anm nei convegni ripetono le stesse falsità sino a persuadere anche i più distratti. “Sapere aude”, esortava Kant. Non bevete acriticamente le imprecisioni e le inesattezze che vi propinano come verità rivelata. I cittadini meritano di decidere sui fatti, non sulle mistificazioni. Perché senza verità, la democrazia è solo una parola vuota.

Stefano Giordano

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