Vi è un’arte raffinata nel dibattito giuridico: quella di confutare con fermezza senza rinunciare alla cortesia intellettuale. E vi è anche, talvolta, l’errore – magari involontario – di cercare argomenti d’autorità dove questi non esistono. È quanto accade quando si legge l’editoriale del professor Gianluigi Gatta su La Repubblica del 21 gennaio, ove si tenta di portare a sostegno delle ragioni del NO un’interpretazione alquanto ardita delle parole del Presidente della Repubblica. Un errore che appanna un’argomentazione altrimenti degna di rispetto.

Il professor Gatta costruisce un ragionamento che poggia su un errore logico: presenta due opzioni antitetiche – mantenere l’equilibrio costituzionale votando NO, oppure scardinarlo votando SÌ – dando per scontato che la riforma altererebbe i pesi e contrappesi del sistema. Ma questo è il travisamento del fatto che vizia il sillogismo. Il non altera l’equilibrio costituzionale. I due Consigli Superiori restano paralleli, paritari, con le stesse componenti nella medesima proporzione. L’autonomia e l’indipendenza della magistratura restano garantite. La separazione dei poteri non viene indebolita: viene rafforzata. Dietro questo ragionamento si cela il pregiudizio secondo cui la riforma sarebbe un tentativo del potere di appropriarsi delle istituzioni. Non è la prima volta che Gatta manifesta questa posizione: in altre sedi ha già espresso il suo NO pregiudiziale, ponendo quesiti tendenziosi sulla riforma come attacco «contro la magistratura».

È il problema della degenerazione correntizia – denunciato dallo stesso Presidente Mattarella dopo lo scandalo Palamara – che la riforma affronta. Il sorteggio non minaccia la magistratura: minaccia solo chi ne fa una carriera di potere basata sul do ut des. Come scriveva Piero Calamandrei, «la libertà del giudice è fatta soprattutto di piccole libertà quotidiane». Eliminando il sistema elettorale che ha trasformato il CSM in terreno di conquista delle correnti, la riforma restituisce al magistrato la libertà di giudicare secondo coscienza, senza temere ritorsioni dal “capo corrente”.

E poi c’è la questione disciplinare. I dati sono mortificanti. Un uomo rimasto in carcere 45 giorni oltre il termine della pena: il CSM ha deciso “scarsa rilevanza disciplinare”. Giudici che dimenticano per oltre un anno di scarcerare imputati: censure. Giudici d’Appello coinvolti nella produzione di materiale pedopornografico: perdite di anzianità. L’autodisciplina ha fallito. L’Alta Corte disciplinare, composta da soggetti esterni alla magistratura ordinaria, è la risposta necessaria. D’altra parte, il professor Gatta – non avendo significativa esperienza professionale forense – fa più fatica a comprendere quello che il sudore della toga insegna. Quando vedi il pubblico ministero chiamato ad hoc mentre il difensore aspetta ore, quando vedi il PM allo scranno più alto e la difesa in basso, quando li vedi darsi del tu mentre l’avvocato è relegato in fondo, comprendi che la terzietà dell’articolo 111 necessita di distanza strutturale.

Come scriveva Cesare Beccaria, «ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico». Quarantatré giorni di detenzione ingiusta senza sanzioni per chi li ha causati: è questo il sistema che vogliamo preservare? Apprezzo molto di più il professor Gatta quando scrive di diritto penale – e lo fa con rara maestria – che quando si cimenta in battaglie di politica giudiziaria. Ma rispetto la sua scelta, come rispetto quella di chi la pensa diversamente. Il 22 e 23 marzo i cittadini voteranno secondo la propria idea di stato di diritto. Se ritengono questa giustizia sufficiente e vogliono lo status quo, voteranno NO. Se invece la ritengono da riformare, voteranno SÌ. In ogni caso, conservando inalterati gli equilibri costituzionali e lasciando in pace il Capo dello Stato.

Stefano Giordano

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