Avvocato penalista di lungo corso, cassazionista, presidente della Camera penale di Salerno, premiato come avvocato dell’anno anche a New York, Michele Sarno è tra gli esponenti più attivi dei comitati per il Sì al referendum sulla giustizia.

Avvocato Sarno, l’ANM si sta trasformando in un soggetto politico?
«L’ANM che per anni ha contestato la politica, richiamandola a un rigore comportamentale, oggi rischia di essere vittima di se stessa. I comportamenti che per lungo tempo ha criticato nella politica, oggi li riproduce. La legge è chiara: i comitati referendari sono organismi politici. Se l’ANM fonda e partecipa a comitati referendari, entra a pieno titolo in una battaglia politica che riguarda modifiche costituzionali e normative».

Questa sovrapposizione che conseguenze ha sul piano della fiducia dei cittadini?
«Ne genera moltissime. Il cittadino che domani dovesse essere giudicato da chi oggi ha partecipato, in modo fondativo, a un comitato referendario opposto al suo convincimento, si sentirà davvero garantito nell’imparzialità? Io credo di no. Torniamo così al nodo centrale della riforma: il processo non deve solo essere giusto, deve anche apparire giusto. È quello che chiamo il rispetto dell’estetica del processo».

Cosa intende quando richiama il “paradigma della moglie di Cesare”?
«La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Chi ha frequentato i tribunali, chi si è trovato – magari ingiustamente – nelle vesti dell’imputato, percepisce spesso una confidenzialità tra pubblico ministero e giudice che non fa sentire tutelati. Anche al di là di ogni dietrologia, quella prossimità incrina la fiducia».

La campagna referendaria ha assunto toni da vera campagna elettorale. È un’anomalia?
«È un’anomalia grave. La riforma viene strumentalizzata come prova di forza tra schieramenti politici. Ma questa non è una riforma di destra o di sinistra: è una riforma dei cittadini, pensata per tutelare i loro diritti. Portarla sul terreno dello scontro politico è un errore marchiano».

MICHELE SARNO, AVVOCATO

Si è arrivati all’inganno plateale, nella comunicazione referendaria del No?
«Quando si afferma che la riforma metterebbe la giustizia sotto il controllo politico del governo, si dice qualcosa che non è scritto nella legge. È una previsione di parte, disancorata dal testo normativo. Non esiste alcuna formulazione, nemmeno interpretabile estensivamente, che consenta di dedurre un controllo dell’esecutivo sul pubblico ministero».

Eppure molte toghe oggi sono in prima linea contro la riforma. È sempre stato così?
«No. Storicamente, una delle bandiere della magistratura era proprio la separazione delle carriere. Anche figure simboliche come Giovanni Falcone si erano espresse in quel senso. Persino magistrati oggi molto esposti, come il procuratore Gratteri, in passato erano favorevoli sia alla separazione delle carriere sia al sorteggio. Ognuno può cambiare idea, ma dovrebbe spiegare perché. Io temo che il cambiamento sia dovuto più a una contrapposizione ideologica al governo che a un ripensamento di merito».

Lei sostiene però che molti magistrati, silenziosamente, la pensino diversamente.
«È così. Le assicuro che una parte larghissima della magistratura è favorevole alla riforma, ma non lo può dire. Questo è ancora più allarmante. In un paese democratico, se delle persone si sentono in difficoltà a esprimere la propria idea, significa che il sistema non funziona. Il caso Palamara ha mostrato quanto le correnti abbiano condizionato carriere e discriminato persone perbene».

Il tema delle correnti è davvero così decisivo?
«Sì, perché le correnti funzionano come partiti. Determinano l’accesso al CSM, impongono campagne elettorali interne, creano legami di riconoscenza. Se io voto Tizio e domani Tizio incide sulla mia carriera, posso davvero sentirmi libero e imparziale quando giudico? Questo è il cuore del problema».

Un altro punto centrale è la valutazione dei magistrati. Perché è così importante?
«Perché la meritocrazia non è una bestemmia. I magistrati, come tutti, sbagliano. E quando si sbaglia sulla libertà delle persone, devono esserci conseguenze. Serve un fascicolo di valutazione serio, oggettivo, basato sulla qualità del lavoro svolto. In medicina o in ingegneria nessuno si scandalizzerebbe: chi sbaglia ripetutamente non fa carriera».

In conclusione: perché votare Sì al referendum?
«Per ripristinare la legalità e concetti elementari che per troppo tempo sono stati violati. Per garantire processi in cui il giudice sia davvero terzo e le parti siano su un piano di effettiva uguaglianza. Perché nessuna parte processuale deve pesare più dell’altra. Solo così la giustizia può tornare a essere non solo giusta, ma percepita come tale dai cittadini».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.