“Voterò No, ma anche io avrei voluto votare Sì”. Nichi Vendola si è lamentato delle interpretazioni alle sue dichiarazioni di voto sul referendum sulla giustizia. Ma forse a torto. Voterà No, ma avrebbe tante ragioni per votare Sì. Il suo è un semi-Sì: un Ni vestito di No. Eppure è un uomo pubblico tenuto sulla graticola giudiziaria da 13 anni per l’inchiesta “Ambiente Svenduto”, alla stessa sbarra dei fratelli Riva ex proprietari dell’Ilva: già il nome suggestivo dell’indagine è uno sfregio alla sua storia personale. E poi: “avvisato” nel 2013, rinviato a giudizio nel 2015, condannato a 3 anni e sei mesi per concussione aggravata nel 2021; sentenza annullata nel 2024 e tutto il processo spostato a Potenza, dove è tuttora in corso: durerà ancora anni. Incredibilmente.

Cosicché Nichi si è guadagnato il ruolo emblematico dell’imputato permanente, a dispetto della ragionevole durata dei processi scritta in Costituzione. Lui ha imprecato contro la “giustizia malata”; ha gridato: “Ho provato sulla mia carne come la giustizia può stritolare”. Si è preso in faccia le rampogne del suo mondo, dall’Anm a Gad Lerner, fino ad Angelo Bonelli che gli ha fatto la morale: accusare “i giudici di aver commesso un delitto è un grave atto di delegittimazione della magistratura al pari di quello che fa la destra”. Ecco. Io sono convinto dell’innocenza di Vendola, giudiziaria, ma soprattutto “etica”: ha provato a conciliare le ragioni del lavoro con quelle dell’ambiente; è stata una lotta incapacitante tra due statuti personali e politici: quello dell’heritage operaista, legato alla fabbrica come culla e bara della working class e l’altro dei nuovi diritti di salute rappresentati nelle sofferenze di una città-simbolo qual è Taranto; ha dovuto accettare la “solidarietà di fabbrica” con i padroni Riva; ha versato loro il ticket di una improvvida risata; ha soprattutto ingaggiato una partita difficilissima con se stesso: dentro gli è prevalso il patrimonio genetico industrialista e ne ha pagato le conseguenze.

Il processo, per me, è tutto qui. E ha poco a che vedere col penale. È un dramma politico, il tragico che il governo di uomini e cose porta addosso a chi lo esercita. Ma Vendola è sicuro che la grave anomalia del suo processo, così controverso e contorto, non abbia nulla a che vedere col referendum sulla giustizia? Con responsabilità mai autocriticate dalla magistratura associata? Il suo stesso vissuto non meriterebbe un Sì referendario? D’accordo, problematico e critico. Secondo lui, la riforma Nordio potrebbe passare “perché non abbiamo più magistrati simbolo. È la caduta degli eroi”: la più corrosiva delle critiche. Che fa pendant col commento abrasivo del post firmato e cancellato da Rocco Maruotti: “La migliore campagna per il ‘sì’ rischiano di farla questi magistrati”.

Vendola ha restituito all’Anm la strazzata ricevuta cinque anni fa per la sua protesta contro la condanna subita: secondo l’Anm il suo dissenso era privo di adeguato “stile comunicativo”. La verità è che Nichi resta un vecchio comunista, un quadro di antica formazione togliattiana: la sua bussola resta la “doppiezza”. Una categoria – come ha spiegato Nando Dalla Chiesa – “al di sopra delle regole e delle leggi, di tutte le regole e di tutte le leggi”, in quanto la “superiorità storica della missione, l’eccezionalità del ‘fine ultimo’” giustificano qualunque sacrificio: anche quello della verità, fino al martirio delle proprie convinzioni. Mostrate e subito nascoste; “se no vince la Meloni”.

Carmelo Briguglio

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