Giuseppe Cioffi, giudice del tribunale di Napoli nord, magistrato con 39 anni di esperienza sulle spalle, è netto: «Il 24 marzo si dovrà celebrare la Giornata della Liberazione dei magistrati». Altro che attacco alla Costituzione, «è vero il contrario – ci dice – finalmente la Costituzione viene rispettata, perfezionata e attuata come volevano i padri costituenti, tra i quali cito Giuliano Vassalli».

Lei parla del 24 marzo come giornata della “liberazione della magistratura”. Perché?
«Con l’esito favorevole del referendum, il 24 marzo sarà davvero la giornata della liberazione della magistratura, un nuovo 25 aprile, perché arriva una riforma che libera i giudici. C’è una strumentalizzazione evidente, soprattutto da parte di chi ha paura del sorteggio. E invece qui c’è una novità storica: per la prima volta dal 1948 la pubblica accusa viene riconosciuta in Costituzione. Non è un dettaglio».

È un passaggio che finora non era mai avvenuto?
«Finora, e fino a quando la riforma non verrà approvata dai cittadini con il referendum, il pubblico ministero era garantito solo attraverso quel “link” del comma 4 dell’articolo 107. Un collegamento fragile, figlio della Costituzione del ’48 e della settima disposizione transitoria che non è mai stata aggiornata. Da decenni ci portiamo dietro questo vuoto».

Il tentativo di Vassalli voleva correggere queste fragilità?
«Sì. La riforma Vassalli del codice penale intervenne senza la necessaria revisione costituzionale. E lì è nato il vizio d’origine. Si è voluto costruire un codice accusatorio, ma non ci sono riusciti: troppa forza al pubblico ministero, poca alla difesa. Lo dico da uomo che allora era nell’ANM nazionale».

Prima del 1989 le indagini le faceva il giudice istruttore. Questo cosa comportava?
«Comportava che la magistratura fosse intesa come un ordine unitario, non giudicante-requirente come oggi. Il PM non era il protagonista dell’indagine. Poi, all’improvviso, con il nuovo codice, hanno ricordato che c’era anche la pubblica accusa e hanno creato quel “link” costituzionale tardivo. Oggi finalmente lo si risolve».

È sorpreso dalla “resistenza” compatta dell’ANM?
«No. Non sorpreso. Nauseato, questo sì. Nel ’98 ho lasciato tutte le cariche associative proprio perché vedevo la deriva corporativa della magistratura associata. Ho visto stagioni riformiste venire dalla sinistra e oggi la destra fa ciò che era necessario: riequilibrare il sistema».

Veniamo alla libertà del giudice: che cosa cambia davvero?
«Cambia che finalmente si realizza l’articolo 111. Non mi piace parlare di “giusto processo”: un processo ingiusto è un illecito. I processi tendono a essere giusti, ma non ne hanno la struttura idonea. Manca la separazione netta delle carriere, condizione indispensabile. Il giudice con la vittoria del Sì viene liberato dall’influenza – vera o percepita – del PM. E soprattutto da un’ombra di colleganza spuria che danneggia anche l’immagine pubblica».

Ma il problema delle correnti quanto pesa?
«Pesa tantissimo. Le correnti nascono già nelle scuole di preparazione. Ci ho fatto parte undici anni, ai vertici, e lo dico con cognizione: dal 1964 la corsa al CSM ha creato gruppi ideologici, poi gruppi politici, poi un sistema di nomine segnato dall’arbitrio. Dopo la riforma Mastella del 2006 le correnti hanno avuto un “giocattolo” straordinario: il controllo delle nomine. Ed è lì che tutto si è incrinato».

Il sorteggio può davvero essere un rimedio?
«Sì. Io auspico che il principio si estenda ai Consigli giudiziari e perfino alla Scuola della magistratura. In Italia già si sorteggiano i giudici popolari. Perfino la Corte costituzionale, quando giudica il Presidente della Repubblica, utilizza 16 cittadini sorteggiati. Perché scandalizzarsi ora?».

L’Alta Corte sarà davvero la chiave di volta?
«Sì. Sono modificate sette norme costituzionali ma la vera novità è una sola, e in totale, se smettiamo di urlare slogan e leggiamo il testo, si tratta di aggiungere o modificare appena cinquanta parole. L’Alta Corte unifica la giurisdizione disciplinare, toglie i magistrati dal giudizio dei colleghi che hanno chiesto il loro voto e introduce un secondo grado interno. Una garanzia enorme. E soprattutto la presenza della politica è minima e comunque sorteggiata».

È deluso dal comportamento di alcuni suoi colleghi?
«Non deluso: abituato. Gli slogan sono sempre gli stessi da 35 anni: “attentato alla democrazia”, “bomba sulla Costituzione”. È un riflesso condizionato per difendere uno status quo di vantaggio. Il vero partito politico che fa opposizione alla riforma è l’Associazione Nazionale Magistrati attraverso il Comitato del No. Sul conto corrente? Il problema vero è come l’ANM gestisce i soldi dei propri iscritti, tra fornitori non noti, procedure non trasparenti e un oscurantismo totale».

Lei politicamente non è un simpatizzante del governo di centrodestra…
«No, infatti. Ho una storia personale di liberale attento ai valori di sinistra, un riformista, per usare il termine a voi caro. Vengo da una famiglia con uno zio parlamentare DC e uno parlamentare del PCI. Questa riforma attraversa tutte le stagioni politiche e non ha niente di destra: la sinistra pensante vota sì. Io voglio portare un messaggio semplice: auguriamoci di poter celebrare il 24 marzo come la giornata della liberazione della magistratura. Sarebbe una cosa bellissima».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.