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Referendum: il “No” vuole difendere la Costituzione, ma la Carta viene ritoccata continuamente
Ricorre con puntualità metronomica, nel fronte del No, l’argomento della Costituzione in pericolo. Bisogna difenderla. Proteggerla. Quasi custodirla sotto vetro, come una reliquia che il semplice alito umano potrebbe compromettere. Peccato che questa venerata Carta sia stata modificata, ritoccata e rimaneggiata con una frequenza che farebbe impallidire un redattore di rivista di moda. Dal 1948 a oggi: 46 leggi costituzionali, 20 modifiche dirette al testo, una ogni 4 anni. La Costituzione più difesa d’Italia è, paradossalmente, anche quella più frequentemente emendata.
L’elenco delle «manomissioni» accettate senza lacerazioni democratiche è lungo: i parlamentari tagliati di un terzo nel 2020 con plauso bipartisan; il Titolo V riscritto nel 2001 a colpi di maggioranza risicata e confermato da un referendum con appena il 34% di affluenza; il pareggio di bilancio introdotto nel 2012; e infine, nel 2023, lo sport. Nessuno ha proclamato la Repubblica in pericolo per il canestro di Gallinari costituzionalizzato.
Il punto, evidentemente, non è la modifica in sé. È la modifica proposta da chi. Quando a riscrivere la Costituzione provvedeva il centrosinistra, l’articolo 138 era la naturale espressione della democrazia repubblicana. Quando lo stesso identico procedimento viene usato dal centrodestra, diventa forzatura e torsione autoritaria. La Carta è sacra, ma la sua sacralità ha colori politici.
La riforma Nordio è stata approvata dal Parlamento con le maggioranze richieste, e ora è sottoposta al giudizio popolare su richiesta di 500mila elettori. È l’articolo 138 che funziona esattamente come fu disegnato nel 1947. Votare Sì il 22 marzo non è attentare alla Costituzione: è seguire le istruzioni che la Costituzione stessa contiene per essere cambiata. Chi preferisce il No ha tutto il diritto di esprimerlo, ma senza agitare lo spauracchio di una Carta in pericolo, quando quella stessa Carta prevede che questo accada.
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