Il presidente della Cei, Cardinale Matteo Zuppi, ha fatto agli elettori un classico “scherzo da prete”, con la sua dichiarazione a proposito del referendum sulla riforma Nordio. “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato – ha detto l’alto prelato – che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare. Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. Poi ha aggiunto: “La separazione delle carriere tra Pubblici ministeri e Giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non devono lasciare indifferenti”, e ha invitato “tutti ad andare a votare”.

Ovviamente non c’è alcuna indicazione di voto, come si sono affrettati a confermare gli uffici della Cei, ma solo una sollecitazione ad espletare il diritto dell’elettorato attivo su una questione tanto importante. Ma tra le righe il diavolo ha infilato la coda. Sono forse in pericolo, a causa della riforma Nordio, i “connotati essenziali” del giusto processo? Sono messi in discussione l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, tanto da doverli “preservare” e “perseguire” con il voto? Non a caso, i sostenitori del No si sono affrettati ad arruolare la Cei dalla loro parte. Secondo il Fatto Quotidiano, il Cardinale ha lanciato un messaggio chiaro sulla necessità di riflettere sulle implicazioni che questa riforma avrà per il futuro della giustizia e della democrazia nel Paese. In sostanza, c’è Annibale alle porte.

La situazione esistente della giustizia deve essere preservata, mentre è dalla separazione delle carriere e dall’assetto del Csm che giunge il pericolo di uno squilibrio tra i poteri dello Stato. Si avverte nella dichiarazione del Cardinale un’esigenza di salvaguardia della continuità, come se oggi garantisse quelle autonomia e indipendenza che le nuove norme potrebbero vanificare. Per quanto ambigua, la presa di posizione della gerarchia ecclesiastica non deve essere sottovalutata dal fronte del Sì che, a mio parere, è troppo sicuro di avere la vittoria in tasca. Non è un caso che i sostenitori del No abbiano scelto la strategia della menzogna, violando ogni aspetto di merito e rifiutando un confronto serio sulle norme.

Hanno costruito il loro potere sullo sputtanamento, sanno di poter contare su vasti settori dell’opinione pubblica sobillati da trent’anni di giustizialismo, (mal)educati dal qualunquismo dell’antipolitica, indotti dai prosseneti dei media a santificare le Procure, al punto di indurli a perseverare nell’ossequio verso indagini e inchieste clamorose (si veda il caso emblematico della trattativa Stato-Mafia) anche quando i teoremi sono smontati dalla magistratura giudicante. Da noi i casi Dreyfus – magari in sedicesimo – sono ricorrenti. All’ufficiale francese non veniva riconosciuta l’innocenza – nonostante le prove evidenti – per non offendere il prestigio dell’Armée. Da noi sono le Procure, sempre al di sopra di ogni sospetto, che – attraverso il processo mediatico – emettono una sentenza provvisoria di condanna destinata ad applicare per anni la pena della gogna.

Ci perdoni il presidente della Cei se gli ricordiamo un brano del Discorso delle Beatitudini di cui si avverte l’attualità: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.