Esteri
Resistenza Iraniana e raduni pro-Scià: due proteste a confronto
La prima appare più credibile e coerente con la realtà. Il fronte monarchico gonfi a i numeri e si auto-danneggia
Le recenti manifestazioni in Europa hanno messo in evidenza due modelli profondamente diversi di opposizione al regime iraniano. Da un lato, le mobilitazioni organizzate dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI); dall’altro, i raduni dei sostenitori monarchici legati a Reza Pahlavi. La differenza non riguarda solo i contenuti politici, ma il rapporto stesso con la realtà dei fatti.
Le iniziative della Resistenza iraniana, a Berlino e Monaco, si sono caratterizzate per coerenza, trasparenza e un messaggio politico verificabile. Nei suoi interventi pubblici, Maryam Rajavi, presidente eletta del NCRI, ha ribadito che «il popolo iraniano non vuole sostituire una dittatura con un’altra» e che il cambiamento può avvenire solo «attraverso la volontà popolare e una resistenza organizzata». Un’impostazione che rifiuta ogni scorciatoia simbolica e ogni ritorno al passato. Il fronte monarchico, al contrario, ha costruito la propria narrazione su un elemento ricorrente: numeri gonfiati e scollegati dalla realtà materiale. È qui che entra in gioco la cosiddetta fisica della propaganda. Una folla non è un concetto astratto: occupa spazio, ha una densità misurabile, richiede trasporti, parcheggi, flussi urbani, immagini coerenti. Quando questi elementi non esistono, il numero proclamato non è un’opinione, ma un’impossibilità fisica.
Le cifre diffuse dai monarchici sulla partecipazione alle loro manifestazioni crollano già a una verifica elementare. Anche assumendo ipotesi estremamente favorevoli — migliaia di persone arrivate in aereo e in treno — resterebbero centinaia di migliaia di partecipanti che avrebbero dovuto raggiungere la città in autobus. Questo implicherebbe migliaia di pullman, aree di sosta dedicate, un impatto urbano visibile e documentato. Nulla di tutto ciò è mai emerso: nessuna immagine aerea coerente, nessuna traccia logistica, nessun riscontro proporzionato alle cifre dichiarate. La propaganda può moltiplicare i numeri sui social, ma non può sospendere le leggi dello spazio urbano. Quando una folla di tali dimensioni non lascia segni misurabili nella città che la ospita, il dato non è semplicemente esagerato: è costruito. È un consenso virtuale che esiste solo nei comunicati e nelle immagini ravvicinate, non nel mondo reale.
Questa distorsione ha conseguenze politiche concrete. Ogni volta che il figlio dello Scià diffonde numeri irreali e proclami infondati, l’attenzione si sposta dalla lotta reale in Iran a una narrazione artificiale. Le aspettative vengono gonfiate, la realtà sul terreno oscurata e, inevitabilmente, la fiamma delle proteste interne viene indebolita. Il confronto è quindi netto. Da una parte, una resistenza con una struttura organizzata, un progetto democratico e una comunicazione ancorata ai fatti. Dall’altra, una costruzione personalistica che vive di numeri impossibili e nostalgia politica. La storia insegna che la libertà non nasce dalla propaganda, ma dalla coerenza, dalla verità e dall’organizzazione reale. Ignorare la fisica della realtà significa, ancora una volta, ritardare il cambiamento per cui il popolo iraniano sta pagando il prezzo più alto.
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