Esteri
Usa-Iran, al via il vertice in Oman: sul tavolo uranio, missili e rinvii
Tensione elevatissima tra Iran e Stati Uniti, sull’orlo di un’esplosione. Il presidente Trump ha dichiarato alla NBC News che Ali Khamenei dovrebbe essere molto preoccupato per le minacce di attacchi militari di Washington se non si dovesse raggiunge un accordo con gli Stati Uniti.
I colloqui sul nucleare tra Usa e Iran inizieranno questa mattina alle ore 10 in Oman. L’incontro era incerto fino a poche ore fa, ma è stato confermato dopo che nove paesi della regione avevano esercitato forti pressioni sull’amministrazione Trump affinché non desse seguito all’intenzione di abbandonare i colloqui in risposta all’annuncio di Teheran di volere un negoziato solo sul nucleare e solo con gli Usa in Oman e non in Turchia. “Ci hanno chiesto di partecipare all’incontro e di ascoltare cosa hanno da dire gli iraniani. Abbiamo risposto agli arabi che, vista la loro insistenza, terremo l’incontro, ma siamo molto scettici sul suo esito”, ha detto un funzionario statunitense all’agenzia Axios.
La tattica di Khamenei non sembra cambiata. La Repubblica islamica temporeggia facendo credere di essere disposta a negoziare sul nucleare mentre continua la sua feroce repressione in patria col crudele e brutale massacro della gioventù iraniana. Washington aveva dettato un’agenda ampia che avrebbe dovuto comprendere il programma nucleare di Teheran, l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la neutralizzazione delle capacità missilistiche e la fine del sostegno ai gruppi armati nella regione, cioè all’”asse delle resistenza”.
Ma la Repubblica islamica, invece vuole discutere solo del dossier nucleare e lo vuole fare solo con gli Stati Uniti. Per questo ha spinto per modificare non solo la sede dei colloqui, ma anche la loro sostanza, limitandolo rigorosamente al dossier nucleare. Khamenei al momento rimane fermo sull’arricchimento dell’uranio. Non ha altra scelta, se deve fare un accordo con gli americani, deve portare a casa un qualcosa che non sia umiliante e che possa preservare il diritto di avere almeno il nucleare civile, per poi tornare a sviluppare quello militare quando il tempo ritornerebbe a suo favore. La Repubblica islamica vuole assolutamente conservare la capacità di sviluppare il suo programma nucleare perché ritenuto asset fondamentale per attuare la dottrina khomeinista di dominio nella regione e di egemonia nel mondo islamico col ripristino di tutti i luoghi sacri dell’Islam sotto la fede sciita. Vitale per la creazione di una forte deterrenza, indispensabile per espellere dalla regione quello che viene definito con il termine di “nemico sionista” (Israele), considerato un corpo estraneo in quell’area che dovrà vedere l’affermazione dello sciismo considerato Islam puro che un giorno, con l’arrivo del Mahdi, il Salvatore, dovrà dominare il mondo.
Proprio ieri, mediatori di Qatar, Turchia ed Egitto hanno proposto a Iran e Stati Uniti una loro road map in cinque punti da discutere nei colloqui in Oman. Primo punto: Teheran dovrebbe impegnarsi a non arricchire l’uranio per tre anni e in seguito limitare l’arricchimento a meno dell’1,5%. Secondo punto: le sue attuali scorte, inclusi circa 440 kg di uranio arricchiti al 60% dovrebbero essere trasferite a un paese terzo. Terzo punto: Teheran non dovrebbe più trasferire armi e tecnologie ai suoi proxy, cioè alle milizie sciite nella regione. Quarto punto: Teheran deve impegnare a non utilizzare per primo i missili balistici (gli Usa invece vogliono che riduca il suo arsenale). Ultimo punto: che vi sia la firma di un accordo di non aggressione tra Teheran e Washington.
Ma ora le cose stanno così: l’amministrazione americana ha già deciso il cambio di asse dell’Iran nel quadro mediorientale. Teheran dovrà semplicemente riposizionarsi, fare quel che gli verrà dettato da Washington e allinearsi così all’asse americano. In poche parole Trump sta applicando il modello Venezuela. L’Iran dovrà allinearsi con le buone o con le cattive maniere, cioè o col negoziato o con la forza. Quella del presidente Usa con l’Iran possiamo definirla una “guerra chirurgica geografica”. La Repubblica islamica è assediata, costretta nel suo spazio geografico come in un castello senza rifornimenti. Gli Usa sono seduti ad aspettare che finiscano le scorte dentro il castello. Quando le scorte saranno finite, sarà la stessa popolazione ad aprire la porta della fortezza.
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