La visita “a sorpresa” del Presidente della Repubblica al Csm dà un segnale preciso: riportare il confronto entro un perimetro di civiltà istituzionale. Alle inaugurazioni dell’anno giudiziario in Cassazione e al Consiglio di Stato, alla presenza del Capo dello Stato, non ho affrontato il tema della separazione delle carriere pur essendone un sostenitore. In quei contesti, come in tribunale, non si fa politica. Si parla di diritti, non di campagne referendarie.

Per questo suona stonato che i comitati per il No siano stati costituiti proprio dentro i tribunali. In Cassazione come in diversi distretti di Corte d’Appello si è assistito a questa deriva. Ho appreso di un collega cui è stato negato lo spazio per un convegno per il Sì “perché non si fa politica in tribunale”, salvo poi scoprire che nello stesso tribunale operava un comitato per il No. È una contraddizione evidente. I luoghi dove si decidono le vite delle persone non possono essere occupati dalla politica.
L’ho detto con un paragone semplice: se domani una legge riguardasse le carriere dei militari e questi costituissero comitati per il No dentro le caserme, si griderebbe al colpo di Stato. Si direbbe che stanno occupando le caserme. Io chiedo soltanto coerenza. Lasciamo la politica fuori dai tribunali.

Il Consiglio Nazionale Forense, a differenza di altre realtà che hanno invece impegnato formalmente l’ente, ha scelto di non costituire né di aderire a comitati lasciando liberi i singoli consiglieri di scegliere come orientarsi. Nei nostri incontri abbiamo ospitato sempre tutte le posizioni. E, per coerenza, sono pronto a dire: interrompiamo pure gli incontri nei tribunali, anche quelli con i rappresentanti di entrambi gli schieramenti. Portiamoli fuori. Nei tribunali si decide della vita, non si fa battaglia politica.

Più volte ho insistito su un punto: occorre separare la carriera dei giudici da quella di chi fa politica. È una critica diretta all’Associazione Nazionale Magistrati, che oggi si muove come un partito politico. Al presidente Parodi, in un confronto televisivo, ho contestato l’avvio una campagna d’odio e di disinformazione costruita su notizie non vere, come l’idea che la riforma voglia sottomettere i magistrati e il Csm alla politica.
Del resto, il Csm già oggi esprime una quota politica evidente: 8 componenti su 24 sono nominati dal Parlamento e i vicepresidenti degli ultimi anni provengono da pregresse esperienze attive di rappresentanza politica. I 16 togati sono espressione di correnti che si comportano come partiti. E quando alcuni tra i più noti terminano la carriera, vengono candidati proprio nelle file dei partiti di riferimento.

Chiunque abbia avuto a che fare con un processo civile o penale sa che il sistema non funziona. Chi non è mai entrato in un tribunale resta agnostico. Ma chi ha vissuto un procedimento giudiziario conosce ritardi, inefficienze, contraddizioni, timori di non imparzialità.
Quello che temo dopo il referendum è una contrapposizione permanente dentro i tribunali. Ma nei tribunali si decidono diritti, vite, sogni. Non possiamo permetterci che quei luoghi diventino teatri di conflitto politico.
Abbassiamo i toni. Restiamo avversari, non nemici. In udienza ci si scontra, poi ci si saluta. Il rispetto reciproco è la base della democrazia. E nei tribunali deve esserci solo la giustizia.

Francesco Greco

Autore

Presidente del Consiglio Nazionale Forense