Economia
Roma e Berlino link industriale d’Europa, Il politologo Bolaffi ha le idee chiare: “L’Unione deve ripartire (con timing!)”
«Oggi Italia-Germania, dopo mi auguro Francia, ma anche Polonia. L’Europa può ripartire, ma il problema è il timing». I riflettori del bilaterale Meloni-Merz non si sono ancora spenti, ma Angelo Bolaffi, politologo e germanista, ha già le idee chiare su come sia andato il vertice italo-tedesco.
Professore, sorrisi, tanta cooperazione e tante strette di mano. Qual è la prima valutazione da trarre?
«Seguo i rapporti Italia-Germania da più di cinquant’anni. E hanno sempre avuto dei momenti alti: Adenauer-De Gasperi, Genscher-Colombo, Prodi-Kohl, Scholz-Letta. Quindi l’intesa della premier italiana con il cancelliere tedesco oggi non è una novità. Tra i nostri due Paesi, c’è una connessione strutturale delle economie. Un buon terzo della nostra industria è legato a quella tedesca. Questo è un dato reale. Poi ci sono i paradossi».
Ovvero?
«Che il giovane Berlusconi acquisisca la ProSieben (l’acquisizione della tv privata tedesca da parte di Media For Europe risale a settembre 2025, Ndr) è una novità assoluta. Una cosa impensabile dieci anni fa, quando Berlusconi padre era visto dai tedeschi come Belzebù. Faccio per dire. Oggi le ferrovie italiane, nonostante i loro problemi, sono un modello per quelle tedesche. Anche questo è interessante. Continua poi la campagna acquisti in Unicredit in Germania. Pensarlo anni fa sarebbe stata una provocazione».
Perché proprio noi italiani?
«Perché i francesi non ci sono più e noi siamo la seconda economia manufatturiera d’Europa. È vero che la Germania demograficamente è un terzo più grande dell’Italia, che ha un Pil 4-5 volte il nostro. Ma, insieme, siamo l’industria
d’Europa».
Quindi la crisi francese torna utile a noi e alla Germania?
«Parigi è allo sbando. Basta vedere cosa fa Macron, che si professa paladino d’Europa e poi vota contro il Mercosur. Germania e Italia, invece, si parlano da sempre. Nonostante le divergenze tra Meloni e Merz».
Quali per esempio?
«Berlino vede già in atto l’aggressione russa. Deve coordinare la risposta dei suoi vicini minacciati da Mosca. Noi no. Il nostro governo traccheggia molto. Però entrambi i leader capiscono bene quello che ha detto qualche giorno fa il primo ministro bavarese (Markus Söder, Ndr), e cioè che l’Europa, per come è strutturata e come funziona, non va bene. Dobbiamo cambiarla».
E questo asse Roma-Berlino può farlo? Prima di tutto, non è inopportuno parlare di “asse”?
«Parliamo di link».
Meglio link. Il link Roma-Berlino può cambiare le sorti dell’Europa?
«Quelle della vecchia Europa no. Nel senso, non serve a nulla insistere sulla strada percorsa. Se invece facciamo dei passi concreti sulla strada indicata da Mario Draghi, allora ci si prospetta un futuro diverso. Che non è dietro l’angolo, sia chiaro. Però al Riformista mi piace ricordare cosa dicesse Eduard Bernstein, il padre del riformismo: il fine è nulla, il movimento è tutto. Oggi l’Europa sembra dimenticarsi delle opinioni pubbliche. La Francia rischia d’andare nelle mani di Marine Le Pen. Merz ha sul collo l’AfD. In Italia una componente di sovranismo c’è anche nel governo italiano. Non parliamo della Polonia. Oggi si vogliono costruire gli Stati Uniti d’Europa? Va bene, ma con chi? Ecco perché credo che questo passo fatto da Italia e Germania sarà un giorno compiuto anche da Francia e Polonia. Per quanto i tempi corrano terribilmente».
Tornando alle divergenze di cui parlavamo prima, c’è il dossier difesa. Alla joint venture Leonardo-Rheinmetall, si contrappone il progetto dei caccia di sesta generazione, per cui l’Italia è impegnata con Regno Unito e Giappone sul Gcap, mente la Germania sull’FCcas, con la Francia. Come si conciliano queste cose?
«Fanno parte appunto degli ostacoli da superare e del tempo da impiegare. Opinioni pubbliche, culture, strutture economiche e tradizioni differenti. Metterle insieme è un lavoro complicatissimo, ma non si può interrompere. Di Stati Uniti d’Europa si parla dal 1923, quando appare il manifesto “Paneuropa”, poi ne Churchill, De Gasperi, Adenauer e Kohl ci sono riusciti. Eravamo sicuri di avere tempi lunghi a disposizione. La rottura degli equilibri mondiali ci ha imposto un’accelerazione».
Una rottura firmata Donald Trump.
«Trump è un mutante. Meloni e Merz, ciascuno a modo proprio, hanno reagito al suo modo di sovvertire il vecchio sistema internazionale. Mitterrand diceva che, per avere l’Europa unita, ci vuole la Terza guerra mondiale. Questa non è la Terza Guerra Mondiale, ma ci va vicino. Credo che la pedagogia della paura stia funzionando per gli europei. Trump è il Leviatano che spaventa gli europei».
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