Aurelio Picca è un poeta anche quando non scrive poesie. Questo suo “Roma mia, non muoio più” (La Nave di Teseo) è una lunga poesia in prosa, ma è anche come una grande “magnata” letteraria: un affresco traboccante di volti, quartieri, memorie e contraddizioni che raccontano Roma come organismo vivo, eterno e cangiante. Tra sociologia e poesia, gioia e malinconia, Picca, attraverso decine di “cartoline”, rovista negli anfratti reali e mentali dell’Urbe, mescolando la grande bellezza e la sporcizia quotidiana, i miti culturali e la vita di strada.

Sfilano personaggi celebri e anonimi, Roma Nord e Roma Sud – eterna rivalità da Bartali e Coppi – periferie e centri storici, sotto cieli molteplici e imprendibili, simbolo di una città che non si lascia mai afferrare del tutto. Roma infatti è una e mille, gli eleganti Parioli e il mare diafano del litorale, il cielo sulle borgate e quello dell’Eur che è «tra i più belli» perché «fa ruotare leggermente l’Eur attorno alla sua astronave (il Palasport) che ormai è un oggetto da modernariato. Insomma il cielo di Roma è imprendibile per una semplice ragione. Non esiste».

È un esempio di una città fatta di quartieri-mondo che contiene tutto e il contrario di tutto, la sacralità delle cento chiese e la volgarità di certi vicoli: «Rivedo come adesso la piazza vuota con le scintille del tram, rivedo i cassettoni d’oro d’America della basilica e le commesse di Upim identiche alla pubblicità in bianco e nero dei primi sessanta. Non era come adesso che in televisione vedi una cosa e per strada il contrario. Sembrava che tutto scivolasse alla perfezione come la mano in un guanto».

Sembra facile parlare della Capitale, ma non lo è affatto: da dove prenderla? Ora, l’affresco di Picca è a pennellate dense di vita, si respira certo Pasolini ma anche qualcosa di molto antico, eppure il senso dell’opera si direbbe proiettato nel futuro. «Nei cinquanta i borgatari erano cannibali. Rischiavano di mangiare i gatti. Si rubavano la minestra nella pentola». Oggi che si va da McDonald’s, Roma è cambiata ma non è cambiata, sembra dirci Picca-Dante nella bolgia romana, esiste più che trasformarsi: un “mondo di ieri” che continua, ostinatamente, a vivere nel presente.