Il Festival di Sanremo non è mai stato soltanto una gara canora. È uno specchio del Paese, un termometro emotivo, un’arena dove la musica si intreccia con la politica, i sentimenti collettivi e le mode culturali. Ogni anno il palco dell’Ariston diventa luogo di dichiarazioni, allusioni, prese di posizione. Nulla di nuovo. Ma quest’anno il dibattito si è acceso attorno a un tema particolarmente delicato: la rappresentazione selettiva del dolore.

La canzone di Ermal Meta – che concentra l’attenzione sui bambini palestinesi – ha suscitato consenso e commozione. È naturale: l’infanzia ferita è un simbolo universale, capace di toccare corde profonde. Eppure, proprio per questo, sorge una domanda legittima: perché evocare solo una parte dell’infanzia colpita dalle guerre contemporanee? Perché non ricordare anche i bambini ucraini sotto le bombe da oltre quattro anni? Perché non menzionare i bambini israeliani assassinati nel pogrom del 7 ottobre, in un attacco terroristico che ha scioccato il mondo per brutalità e ferocia?

Il punto non è stabilire una graduatoria del dolore. Il punto è la coerenza morale. Se si sceglie di salire su un palco nazionale per lanciare un messaggio umanitario, quel messaggio dovrebbe essere universale, non selettivo. Altrimenti si rischia di trasformare la compassione in una bandiera di parte.

Sanremo, del resto, ha sempre avuto una dimensione simbolica. Nelle vecchie parodie di Miss Italia, alla domanda sui desideri futuri, la risposta rituale era “la pace nel mondo”. Una formula ingenua ma inclusiva. Oggi, invece, il ritornello è: “Se vinco il Festival non parteciperò all’Eurovision Song Contest”. Messaggio frammentato, incanalato dentro narrazioni precise, spesso polarizzate. Una sorta di rifiuto preventivo, quasi una presa di distanza da un contesto percepito come problematico. È una posizione legittima, ma stride con l’immagine di cantanti che cercano visibilità in uno degli eventi mediatici più importanti d’Europa. Se si partecipa a una competizione, lo si fa – almeno in teoria – per vincerla e rappresentare il proprio Paese.

Il rischio è che il Festival diventi non più una festa della musica, ma un’arena di slogan. E quando gli slogan prevalgono sulle canzoni, qualcosa si incrina. La libertà artistica è sacra. Ogni autore ha il diritto di raccontare ciò che sente. Ma la responsabilità di chi parla da un palco nazionale è altrettanto grande: evitare semplificazioni, evitare narrazioni unilaterali, evitare di trasformare il dolore in strumento identitario. Sanremo continuerà a essere Sanremo: melodramma, polemiche, ascolti record. Ma la domanda resta aperta. Se si canta per i bambini, si canti per tutti i bambini. Se si invoca la pace, la si invochi senza aggettivi. Perché il dolore non ha passaporto, e l’infanzia non dovrebbe avere bandiere.

Sandro Di Castro

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