Se Vladimir Putin è in grado di continuare la sua guerra all’Ucraina, la ragione è soprattutto economica. Nonostante le sanzioni (l’Unione europea sta discutendo il suo ventesimo pacchetto), il Cremlino ha ancora la forza di foraggiare il suo sistema bellico. E questa capacità di resistere da parte della Russia è legata principalmente a tre fattori. Un Paese completamente convertito a un’economia di guerra, un sistema di alleanze che ha tenuto al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti, e la possibilità di usare qualsiasi mezzo per aggirare le sanzioni.
Su tutti, la cosiddetta “flotta fantasma”, quella massa di navi, petroliere ma anche portacontainer, che solcano i mari di tutto il mondo dedicandosi al contrabbando ma usate anche per scopi di intelligence e di sabotaggio. La stretta di Usa e Ue su queste imbarcazioni ha dato i suoi frutti. Il Pentagono ha addirittura iniziato una vera e propria caccia a queste navi, spesso battenti bandiere di micro-Stati e con registrazioni di società fittizie. E adesso, per contrastare questa escalation di operazioni e sequestri, il Cremlino sembra avere scelto una nuova tattica: sfidare le sanzioni registrando direttamente le navi con la bandiera russa. Il motivo, secondo The Bell, è un bilanciamento di costi e benefici. A detta degli esperti, arrivati a questo punto, a Mosca conviene impiegare imbarcazioni che navigano con la sua bandiera perché si rende più rischioso sequestrarle, in quanto russe e non appartenenti a Stati senza alcun peso politico, economico e militare. E mentre da dicembre sono aumentate le iscrizioni nel registro navale russo, vi sono stati anche esempi di navi che sono uscite allo scoperto issando il tricolore della Federazione per non essere abbordate in acque internazionali.
La svolta segna un ulteriore aumento del livello russo di gestire le sanzioni e il blocco da parte di Ue, Usa e G7. E certifica anche che gli idrocarburi continuano a essere un pilastro delle casse del Cremlino foraggiato da una rete di Paesi che non può permettersi il distacco completo dall’oro nero (o blu, nel caso del gas) di Putin. Lo hanno fatto capire i Paesi dell’Europa orientale quando si è tratto di discutere dello stop a qualsiasi importazione di gas naturale. Ma è un discorso che può essere applicato, secondo Bloomberg, anche a Grecia Malta, che si sarebbero opposte all’idea della Commissione europea di sostituire il tetto al prezzo del petrolio russo con il divieto dei servizi necessari al trasporto dell’oro nero. Secondo l’agenzia britannica, i due governi dell’Europa meridionale temono per un aumento dei prezzi dell’energia e per eventuali conseguenze negative sul trasporto marittimo (colonne portanti delle loro economie). E questi dubbi certificano la difficoltà, anche per il ventesimo pacchetto, di arrivare all’unanimità dei Ventisette.
Un problema che giunge mentre l’Ucraina continua a subire le conseguenze dirette dell’invasione. Il presidente Volodymyr Zelensky ha ribadito che la situazione delle infrastrutture energetiche è estremamente critica, in particolare nelle regioni di Sumy, Kharkiv e Poltava. Ieri è stata presa di mira anche la rete elettrica di Odessa. E mentre Kyiv resiste a questo assedio che sfrutta il gelo come arma, il New York Times ha avvertito che anche se lentamente e a costo di un enorme tributo di sangue, l’esercito russo sarebbe in procinto di conquistare tre città strategiche: Huliaipole, Pokrovsk e Myrnohrad. Zelensky spera nel sostegno degli alleati Nato per mantenere in vita l’esercito.
Ieri i media giapponesi hanno riferito che anche Tokyo si unirà al Purl, il sistema che coordina l’acquisto di armi ed equipaggiamenti americani all’Ucraina. E intanto, da Mosca, dove è arrivato il terzo arresto per il tentato omicidio del generale Vadim Alekseyev, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha rilanciato l’idea del Cremlino per un accordo: quella di basarsi esclusivamente su quanto deciso da Putin e Donald Trump nel vertice di Anchorage dello scorso agosto. E a detta di Lavrov, dopo l’incontro ad Abu Dhabi “c’è ancora molta strada da fare”.
