Verso il voto
Se il referendum diventa uno strumento di dissenso verso il governo. Votare nel merito è una scelta controcorrente
Il populismo contemporaneo tende a ridefinire il significato stesso dei processi democratici, spostando progressivamente l’attenzione dal merito delle decisioni alla dinamica dello scontro. Cas Mudde ha descritto il populismo come una “thin-centered ideology”, capace di innestarsi su differenti tradizioni politiche ma accomunata da una semplificazione radicale del conflitto: popolo contro élite, volontà contro mediazione, identità contro complessità. In questo quadro, strumenti formalmente neutri come il referendum finiscono per essere assorbiti dentro logiche plebiscitarie. La letteratura politologica offre una chiave interpretativa ormai consolidata attraverso il concetto di second-order voting. Numerose ricerche empiriche mostrano come gli elettori, chiamati a pronunciarsi su specifiche questioni referendarie, utilizzino spesso il voto come espressione di consenso o dissenso verso il governo in carica. Il referendum perde così la propria natura deliberativa per trasformarsi in un giudizio politico generale.
Il caso Brexit rappresenta l’esempio paradigmatico di questa dinamica: il voto si è configurato come catalizzatore di tensioni identitarie, economiche e culturali che travalicavano ampiamente la questione giuridica dell’uscita dall’Unione Europea. Analogamente, le analisi condotte da ITANES sul referendum costituzionale italiano del 2016 hanno evidenziato una forte sovrapposizione tra orientamento di voto e atteggiamento verso l’esecutivo. Questa torsione plebiscitaria non era estranea alle preoccupazioni dei costituenti. L’istituto referendario, nella sua architettura costituzionale, non nasce come strumento di investitura politica, bensì come meccanismo di controllo e bilanciamento, circoscritto a specifiche materie e incardinato in un sistema di limiti e garanzie.
Il referendum presuppone una distinzione tra contenuti normativi e contingenze politiche. Quando tale distinzione si erode, la polarizzazione non chiarisce il conflitto democratico, lo irrigidisce. È in questa cornice che si colloca l’attuale disputa referendaria. Le ragioni del mio voto favorevole si collocano dentro una tensione che è al tempo stesso istituzionale e culturale. La separazione delle carriere rappresenta infatti lo sviluppo coerente del modello accusatorio introdotto dal codice del 1989 e rafforzato dalla riforma dell’articolo 111 della Costituzione. Se il giusto processo presuppone la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo, la distinzione ordinamentale tra chi accusa e chi giudica non appare una rottura, ma una conseguenza sistemica. Il nodo centrale non riguarda la fiducia nei magistrati, bensì la struttura delle garanzie. In ogni ordinamento democratico, le regole non vengono costruite per misurare la virtù dei singoli, ma per prevenire ambiguità e conflitti di ruolo. La carriera unica, in un sistema dichiaratamente accusatorio, continua a produrre una sovrapposizione simbolica e professionale che alimenta diffidenze e opacità percettive. La terzietà non deve soltanto esistere, deve essere visibile. Il significato del voto referendario, tuttavia, eccede il perimetro tecnico della riforma. Votare “sì” rappresenta anche una presa di distanza da una concezione plebiscitaria delle istituzioni. L’esperienza recente mostra come la dinamica referendaria possa produrre effetti politici indiretti e talvolta paradossali.
Dopo la bocciatura della riforma costituzionale del 2016, il sistema politico italiano non ha conosciuto una fase di rafforzamento parlamentare. Al contrario, si è affermata una revisione costituzionale fondata sul taglio verticale del numero dei parlamentari, sostenuta da una retorica antipolitica che ha progressivamente indebolito il ruolo del Parlamento, sia nel suo peso pubblico sia nella qualità della discussione legislativa. Quel passaggio ha segnato un mutamento simbolico profondo: la riduzione della rappresentanza è stata presentata come soluzione. È precisamente questa logica di semplificazione, tipica delle stagioni populiste, che rischia di infiltrarsi anche nel dibattito attuale, trasformando una discussione ordinamentale in uno scontro identitario.
Il mio voto favorevole nasce quindi da una valutazione di coerenza istituzionale e da un’esigenza di igiene democratica. In un sistema accusatorio, chi giudica non deve avere alcuna contiguità strutturale con chi accusa. Non per sfiducia, ma per garanzia. E votare “sì”, oggi, significa riaffermare che le riforme istituzionali non possono essere ridotte a strumenti di polarizzazione permanente. Votare nel merito, in tempi di semplificazione sistemica, diventa già di per sé una scelta controcorrente.
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