Enrico Costa, il più attento dei garantisti in parlamento, già Ministro degli affari regionali, capogruppo di Forza Italia in commissione Giustizia, è nel mirino dei magistrati impegnati sul fronte del No.

Onorevole Costa, mancano 41 giorni al voto. Come valuta l’andamento della campagna referendaria sin qui?
«Provano in tutti i modi a mestare le carte e a calciare la palla in tribuna, persino sulla data del referendum. Quello che più mi preoccupa sono questi contenuti inventati dai comitati del No, messi in campo per terrorizzare i cittadini con argomenti che nella riforma non sono minimamente toccati».

C’è una strategia deliberata del fronte del No?
«È una tecnica ormai evidente. Qualcuno nella comunicazione avrà spiegato loro che, se si fossero attenuti al merito della riforma, sarebbero stati sconfitti. E allora hanno deciso di puntare su argomenti che non c’entrano nulla. A un certo punto mi sono persino perso: ho dovuto tornare indietro perché le fake news si susseguono a raffica. È tutto molto chiaro: si inventano argomenti da introdurre nella campagna per creare confusione».

Lei parla di “avvelenatori di pozzi”. Chi sono?
«Sono coloro che costruiscono messaggi totalmente scollegati dal contenuto referendario e li immettono nell’agenda pubblica per distorcere la percezione. Io lo ritengo profondamente irrispettoso nei confronti dei cittadini: uno può convincersi in una direzione o nell’altra, ma dovrebbe farlo sempre sul merito della riforma. Noi ci atteniamo al merito. Altri no».

Veniamo al ruolo della magistratura associata. Cosa sta succedendo?
«Qui accade qualcosa di grave e persino di eversivo: un potere dello Stato che, per difendersi e autotutelarsi, tiene gli altri poteri sotto schiaffo. Addirittura minacciando o ricorrendo a una causa civile nei miei confronti per aver affermato ragioni referendarie. Ho semplicemente posto un quesito. Se anche porre un quesito diventa lesa maestà, siamo freschi».

Lei punta il dito contro l’Associazione Nazionale Magistrati. Perché?
«Tutto nasce quando l’Associazione Nazionale Magistrati — ricordiamolo, con sede presso la Corte di Cassazione — ha deciso di entrare organicamente nella campagna elettorale. Non si sono limitati a dire “fate come volete”: hanno deciso di costituire un comitato, finanziarlo, entrarci dentro per statuto e dargli come sede la Corte di Cassazione. Capisce bene che a quel punto si sentono padroni di casa: non rispettano minimamente che il legislatore possa approvare una riforma senza il loro consenso. E consenso, per loro, significa quello delle correnti».

Le correnti restano dunque centrali nel problema?
«Assolutamente sì. Quando arrivano norme che non piacciono, i procuratori capi, gli aggiunti, i sostituti, i presidenti dei Tribunali e i procuratori generali sparano a zero sui giornali, terrorizzando i cittadini. È successo con l’abuso d’ufficio: “incostituzionale, incostituzionale, incostituzionale”. Quando non ottengono il risultato, usano le interpretazioni più strampalate. È una tecnica: prima condizionare il legislatore, poi piegare la norma secondo convenienza».

C’è anche una saldatura politica, secondo lei?
«Sì. In questo referendum le correnti vedono il loro strapotere sgretolarsi e stanno facendo la battaglia della vita. E si saldano con quella parte politica — penso ai 5 Stelle, al Partito Democratico, all’Opposizione di Sinistra — che non guarda minimamente al merito della riforma ma vota per logica di schieramento: la riforma l’ha votata la maggioranza, quindi bisogna dire No. È un modo immaturo di procedere e ricorda i tempi in cui la sinistra cercava la scorciatoia pregiudiziaria ai tempi di Berlusconi».

Facciamo un caso concreto: quello di Jacopo Barsi. Perché è emblematico?
«Il caso di Jacobazzi, che conosco molto da vicino, riguarda Gip, Pm e Capo della Procura di Parma che appartengono alla stessa corrente (Unicost) tanto da portare avanti, ciascuno per il suo tratto, la stessa inchiesta. È uno dei tanti casi in cui la separazione delle carriere avrebbe portato a una migliore garanzia di terzietà del giudice».

Qual è, oggi, il vero problema di terzietà?
«È molto presente nella fase delle indagini preliminari. GIP e GUP sono totalmente appiattiti sui PM: autorizzazioni di intercettazioni, proroghe, misure cautelari, rinvii a giudizio. Se una persona viene arrestata dal PM e dal GIP, e poi assolta dopo cinque anni, bisognerebbe chiedere: perché è stata arrestata? Ci sono state negligenze? Invece lo Stato paga il risarcimento e si gira dall’altra parte».

Anche il caso Jacobazzi rientra in questa dinamica?
«Sì. È stato un risarcimento Pinto per la ragionevole durata del processo: quasi 14 anni. Liquidato con 3.200 euro. Quando lo Stato paga, paghiamo tutti. Gli atti vengono trasmessi al Procuratore Generale della Cassazione e alla Corte dei Conti: ma abbiamo archiviazioni oltre il 96%. Mi piacerebbe sapere se qualcuno verifica davvero le responsabilità delle lungaggini processuali».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.