Guerra in Ucraina
Smentita la balla del raid sulla villa di Putin ma Trump fa un assist a Mosca (e Gazprom ringrazia)
La Cia nega la versione russa sul presunto attacco dell’Ucraina alla residenza di campagna dello zar a Valdai. Gli Usa sospendono le sanzioni al colosso petrolifero serbo Nis
Difficile capire da che parte stia Trump. Da un lato, postando su Truth un articolo del New York Times, che declassa come una “fanfaronata” l’attacco ucraino di fine anno alla residenza di campagna di Putin a Valdai, sembra prendere le difese di Kyiv. D’altra parte, la scelta di sospendere per tre settimane le sanzioni che gli Usa hanno imposto al colosso petrolifero serbo Naftna Industrija Srbije (Nis), controllato da Gazprom, appare una mossa in favore di Mosca.
Le dinamiche del presunto attacco ucraino non tornano. Secondo il Ministero della Difesa russo, nella notte tra il 28 e il 29 dicembre, 91 droni ucraini si sarebbero diretti verso la regione di Novgorod. Lì sarebbero stati tutti intercettati. Poi la seconda versione ha parlato di 89 droni, 41 dei quali abbattuti. Su Telegram, però, Mosca ha postato il video di un solo drone “Chaklun-V”, sostenendo che trasportasse sei chili di esplosivo e componenti “per arrecare danno”. Difficile illudersi che si avrà una ricostruzione obiettiva dei fatti. E soprattutto che Mosca ritiri le accuse contro Kyiv. Le domande su se, quando e quanti droni abbiano colpito, o avrebbero potuto farlo, la villa dello zar resteranno inevase.
L’orso russo vuole far credere di essere il più forte. Salvo poi aver bisogno di trasmettere l’immagine della vittima. Sia per alimentare la propaganda in suo favore – il disco rotto del “Mosca non fa altro che difendersi” – sia come giustificazione per interrompere i negoziati. È una tattica che rientra nella guerra cognitiva di Putin e nella quale Washington è più volte caduta in trappola. Bruxelles si è mostrata più scaltra. Almeno stavolta. La numero uno della diplomazia europea, Kaja Kallas, ha parlato di “manipolazione”. Del resto, Kyiv avrebbe tutte le ragioni per vantarsi di una missione andata a buon fine. Perché lasciarsi sfuggire un’occasione così ghiotta di dichiarare a gran voce di aver fatto quasi “tana” a Putin? Al contrario, il suo silenzio suggerisce che l’attacco non è mai partito. Ed è questo che sostiene la Cia.
Ora, che Trump tifi di più per la Russia e non per l’Ucraina è cosa nota. Il suo obiettivo non è la vittoria di quest’ultima, bensì portare a casa il riconoscimento di aver costretto le parti alla pace. Da qui il commento a caldo: «Non mi piace, non va bene, sono molto arrabbiato». D’altra parte, non può nemmeno permettersi di tirare troppo la corda. Se la Cia smentisce l’attacco, per il comandante in capo è difficile darle torto. Meglio quindi giocare di sponda pro-Putin. La licenza temporanea – fino al prossimo 23 gennaio – che permetterà alla serba Nis di riaprire la raffineria di Pančevo è una concessione che i potenti Stati Uniti accordano alla Serbia, isolata com’è nel cuore di una penisola balcanica sempre più europea. Ancora a ottobre, l’Ofac (Office of Foreign Assets Control), l’agenzia del Dipartimento del Tesoro incaricata di vigilare sulle sanzioni decise da Washington contro Stati ed entità straniere, aveva comunicato le misure punitive ai danni di Nis. Questa retromarcia è un jolly per il governo di Belgrado, che può garantire un inverno caldo al Paese. Ma è anche un gancio a Gazprom, che può tornare a operare per conto del Cremlino in un avamposto strategico.
Non è la prima volta che Trump si mostra magnanimo verso gli amici del nemico. Anche l’Ungheria di Orbán è stata sollevata dalle sanzioni sull’Oil & gas di provenienza russa. Peraltro, proprio la compagnia petrolifera ungherese, Mol, sarebbe la più gettonata all’acquisizione di Nis. Con le finanze dissestate, infatti, Belgrado, titolare del 30% della società, non può permettersi la nazionalizzazione. Mol, che in passato ha siglato accordi con Lukoil e oggi si rifornisce dalle riserve russe, le risulterebbe la più gradita. Se l’affare andasse in porto, sarebbe un income per le casse di Gazprom, svuotate dopo il voltafaccia dei clienti europei, ma anche la dimostrazione che la Russia ha buone chance di tornare a far la voce grossa in Europa in quel settore energetico da dove è stata estromessa a causa della guerra. Il tutto grazie a Donald Trump.
© Riproduzione riservata







