Secondo il Barometro della Sovranità Digitale 2025 di EY, quattro aziende su cinque considerano già oggi la sovranità un criterio essenziale nelle scelte tecnologiche. Non è una moda né una parola d’ordine ideologica: è il segnale che il digitale è entrato definitivamente nel perimetro della sicurezza economica, giuridica e democratica. Per l’Europa, e per l’Italia, la sovranità digitale non è una fuga dalla globalizzazione, ma il presupposto per governarla.

Dalla digitalizzazione “di superficie” al controllo delle fondamenta

Per anni abbiamo misurato la digitalizzazione di un Paese quasi esclusivamente sulla base dell’adozione di servizi online, piattaforme cloud e applicazioni digitali. Ma la vera questione non è solo “quanto” siamo digitali, bensì “su cosa” poggia questa digitalizzazione. Infrastrutture, software, dati e modelli di intelligenza artificiale costituiscono le fondamenta del sistema. Se queste sono interamente esterne al nostro controllo, la digitalizzazione resta rapida ma fragile, efficiente ma dipendente. Un Paese può apparire avanzato nei servizi digitali e, al tempo stesso, essere strutturalmente vulnerabile perché privo di sovranità su cloud, dati o filiere tecnologiche. Al contrario, un sistema meno pervasivo ma fondato su competenze industriali, controllo dei dataset e capacità software autonome dispone di basi più solide e recupera rapidamente il divario.

Cybersicurezza e sovranità: due facce della stessa scelta politica

La crescente attenzione alla sovranità digitale nasce anche dall’evoluzione delle minacce. La digitalizzazione pervasiva ha ampliato enormemente la superficie d’attacco: oggi non sono in gioco solo dati, ma servizi essenziali, filiere produttive, infrastrutture fisiche. In questo contesto, la cybersicurezza non può più essere affidata a sole certificazioni tecniche standardizzate. Le nuove norme europee – dalla NIS2 al Cyber Resilience Act – introducono un cambio di paradigma: non basta che un prodotto sia “sicuro”, deve essere anche affidabile nel tempo, trasparente nella filiera, coerente con l’ordinamento europeo. La qualificazione delle soluzioni, l’analisi del codice e la sicurezza della supply chain diventano strumenti di politica industriale, oltre che di protezione.

Il nodo delle PMI e il rischio di una sovranità “per pochi”

Qui emerge una tensione cruciale. L’Europa, e ancor più l’Italia, hanno una manifattura digitale composta in larga parte da PMI, spesso eccellenti sul piano tecnico ma poco strutturate sul fronte regolatorio. L’impatto delle nuove norme sulla sicurezza della filiera rischia di essere asimmetrico: i grandi operatori possono assorbire costi e complessità, i piccoli no. Se l’adeguamento normativo diventa troppo rapido o sbilanciato, il rischio è paradossale: nel nome della sovranità europea si finisce per espellere dal mercato proprio i fornitori europei più fragili, sostituendoli con grandi player extra-UE già compliant per scala e risorse. Sarebbe una sconfitta strategica.

Italia: tra fragilità strutturali e opportunità industriali

L’Italia conserva ancora leve importanti: sovranità sulle reti di connettività, una forte capacità software, competenze diffuse nello sviluppo di sistemi complessi e un ruolo attivo nella costruzione di dataset di dominio europei. La vera sfida è accompagnare le imprese nella transizione regolatoria, evitando shock di filiera e favorendo un’adozione progressiva e consapevole delle nuove regole. Se ben governata, questa fase può diventare un’opportunità: chi riesce a coniugare sicurezza, conformità e innovazione avrà spazio nel mercato europeo che si va ridisegnando. La sovranità digitale, allora, non sarà un vincolo, ma un vantaggio competitivo.

Una sovranità europea aperta, cooperativa e riformista

La sovranità digitale non è autarchia, né protezionismo tecnologico. È la capacità di scegliere, di negoziare da pari, di tutelare diritti e interessi in un mondo interdipendente. Per un’Europa liberale, europeista e progressista, è anche una questione democratica: senza controllo su dati e tecnologie, l’autonomia decisionale si svuota. La transizione digitale è già in corso. La vera scelta politica è se subirla o governarla. La sovranità digitale è lo strumento per farlo insieme, come Unione, con regole comuni, industria forte e innovazione aperta. Senza scorciatoie, ma con una visione di lungo periodo.