Minerali
Terre rare, la sfida globale entra nel vivo. Il nuovo petrolio che lascia indietro l’Europa
Le terre rare e i minerali critici sono diventati una delle risorse più strategiche al mondo, essenziali per la produzione di tecnologie avanzate e per la transizione energetica globale. La crescente domanda di questi materiali ha acceso una competizione internazionale che ha coinvolto non solo le economie emergenti, ma anche potenze globali consolidate. La gestione delle risorse critiche, in particolare delle terre rare, ha assunto un’importanza centrale nella politica estera statunitense, con implicazioni che vanno ben oltre i confini economici, influenzando direttamente la sicurezza nazionale e la stabilità geopolitica globale.
Terre rare: il nuovo petrolio
Le terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per la produzione di dispositivi elettronici, veicoli elettrici, sistemi di difesa e tecnologie rinnovabili, sono diventate una risorsa sempre più cruciale per le economie moderne. Gli Stati Uniti hanno una limitata capacità produttiva di questi materiali e fanno affidamento in gran parte su importazioni, in particolare dalla Cina. Il controllo delle terre rare rappresenta quindi un elemento chiave nella competizione geopolitica contemporanea, e il ruolo degli Stati Uniti in questa guerra delle risorse è determinante per il loro posizionamento strategico.
Terre rare, a chi appartengono
La Cina possiede oltre un terzo (il 33,8%) delle riserve mondiali, ma rappresenta oltre il 60-70% della produzione mondiale di terre grazie alla sua indiscussa leadership nella raffinazione e nel processamento dei minerali critici, un settore strategico che è cruciale per la filiera tecnologica globale. La crescente dipendenza delle economie mondiali dalla Cina per le forniture di terre rare ha generato preoccupazioni in tutto l’Occidente, evidenziando la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento e di rafforzare la resilienza delle supply chain.
Usa: dipendenza o diversificazione?
Gli Stati Uniti, storicamente dipendenti dalle importazioni di minerali critici dalla Cina, stanno cercando di ridurre questa vulnerabilità con politiche volte a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. A livello interno, Washington sta incentivando l’estrazione di terre rare in territori come l’Alaska e la California, ma i giacimenti sono relativamente modesti (1,5% in tutti gli Usa) e il loro sfruttamento provoca forti opposizioni ambientali e della popolazione locale.
Per superare il paradosso tra crescente domanda e resistenza interna all’estrazione, l’Amministrazione Trump cerca – più o meno maldestramente – alleanze strategiche con altri Paesi produttori, come l’Australia (che detiene il 4,4% delle riserve) e il Canada (con l’1,1%). La cooperazione con altri attori chiave, come l’India (5,3%) e il Brasile (16,2%), potrebbe rappresentare una soluzione, ma anche in questo caso, la concorrenza con la Cina e le problematiche logistiche e politiche rendono il panorama globale estremamente complesso.
Gli Stati Uniti, pur diversificando le proprie fonti di approvvigionamento, non hanno ancora trovato una soluzione sostenibile a lungo termine per garantirsi accesso sicuro e continuativo a queste fondamentali risorse. La rivalità crescente tra Washington e Pechino si è trasformata in una vera e propria guerra economica e tecnologica, con gli Stati Uniti che si vedono costretti a confrontarsi con un avversario determinato a rafforzare il proprio predominio in questo settore.
Il gigante cinese
Sotto la guida di Xi, Pechino ha investito pesantemente nell’estrazione e nella raffinazione di questi minerali, ma grazie al controllo delle supply chain globali può esercitare pressioni politiche su Paesi dipendenti dalle sue forniture. Nel 2010, ad esempio, la Cina ha ridotto le esportazioni di terre rare verso il Giappone in risposta a una disputa territoriale, mostrando chiaramente come i minerali possano diventare uno strumento di coercizione economica.
Le terre rare sono cruciali anche per lo sviluppo di tecnologie avanzate, inclusi i sistemi di difesa e le capacità di guerra informatica, settori in cui la Cina sta rapidamente colmando il divario con gli Usa. La crescente dipendenza di questi ultimi dalle terre rare cinesi ha quindi implicazioni dirette per la sicurezza nazionale: un’interruzione delle forniture potrebbe avere conseguenze devastanti per la capacità militare e industriale americana.
L’Europa resta indietro
L’Europa, pur avendo riconosciuto e dichiarato la centralità delle terre rare per il futuro della propria economia e sicurezza, rimane ancora indietro nella costruzione di una concreta e sostenibile strategia di approvvigionamento. Bruxelles ha avviato iniziative per diversificare le fonti di approvvigionamento, inclusi progetti di estrazione in Paesi africani e nelle regioni artiche (non dimentichiamo che sotto la Groenlandia si trova l’1,2% delle riserve mondiali), ma la dipendenza europea dalla Cina resta critica.
L’Unione è in una posizione vulnerabile, poiché la maggior parte delle terre rare che consuma proviene ancora dalla Cina. A differenza degli Stati Uniti, che stanno accelerando gli investimenti in nuove tecnologie di estrazione e riciclo, l’Europa sembra più riluttante a seri investimenti per assicurarsi l’indipendenza in questo cruciale settore. La Ue può uscire dall’angolo solo rafforzando la cooperazione tra gli Stati membri, stabilendo politiche comuni di approvvigionamento e sostenendo l’innovazione tecnologica nel settore minerario e del riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici ora monopolizzato dalla Cina. Le prospettive occidentali risultano ancora più fosche se si considera che l’India (col 5,3% delle riserve mondiali), la Russia (col 2,9%), il Vietnam (col 2,7%) e le nazioni del continente africano sotto controllo russo o cinese (con l’1,6%) sono attualmente mercati non raggiungibili dalle attuali politiche americane ed europee.
In un contesto globale sempre più instabile, la competizione per il controllo delle terre rare e dei minerali critici determinerà la futura leadership globale. La diversificazione delle supply chain, l’innovazione tecnologica e una politica industriale unitaria e coerente saranno elementi cruciali per garantire che la vecchia Europa possa riguadagnare la propria competitività in un mondo sempre più multipolare.
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