Winston Churchill diceva che gli italiani scambiano la guerra per una partita di calcio e il calcio per la guerra. Figurarsi cosa direbbe oggi, con la guerra tra calcio e istituzioni. La mancata qualificazione ai Mondiali diventa un fatto politico. Il fatto politico. Di cui si parla, naturalmente, ben più delle guerre in corso. Una tragedia nazionale che le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate ieri dopo essere state invocate a gran voce dai vertici di maggioranza, hanno solo in parte sopito.

Gravina i sassolini dalle scarpe se li toglierà l’8 aprile, in audizione davanti alla commissione Cultura della Camera, chiamato a riferire sullo stato di salute del calcio italiano. «In quella sede – fa sapere la Figc – l’ormai ex presidente esporrà in modo compiuto punti di forza e criticità del sistema», riprendendo anche i temi già affrontati dopo la gara della Nazionale a Zenica. Il 22 giugno si voterà per il nuovo presidente, dopo l’uscita di scena di Gravina. I veleni ribollono. Le crepe affiorano. Qualcuno – evidentemente tra i funzionari sportivi – fa trapelare che negli uffici della Federazione Italiana del Calcio lavora, da ottobre, Filippo Tajani. Il figlio del vicepremier e leader di Forza Italia. Curriculum solido, assicurano. E non un caso isolato.

A Coverciano, nella struttura di Casa Italia, lavora da oltre un anno Marta Giorgetti, figlia dello stesso ministro dell’Economia che per anni ha ribadito il principio: “via la politica dallo sport”. E mentre il calcio cerca un nuovo vertice, la politica intreccia le sue partite. Tra i candidati forti per la successione di Gravina spunta Giovanni Malagò: a lanciarlo, Aurelio De Laurentiis. Aver tolto Malagò dalle opzioni per il Turismo – il suo nome era circolato più volte – potrebbe semplificare il compito di Giorgia Meloni, ora nelle condizioni di sciogliere il nodo. Lo chiedono i player del comparto. Ieri il presidente della Fapi, Gino Sciotto, ha sollecitato la premier a «procedere al più presto alla nomina del Ministro del Turismo, per dare nuovo slancio al comparto». La scelta del nuovo ministro potrebbe arrivare prima del 9 aprile, quando Meloni riferirà in Parlamento. Il nome di Gianluca Caramanna era il più gettonato poi nelle scorse ore l’ufficializzazione: sarà Gianmarco Mazzi il nuovo ministro del Turismo, già sottosegretario al ministero della cultura con Sangiuliano prima e Giuli poi. Sui carboni ardenti rimane il Viminale. Il dicastero in quota leghista vive un paradosso: Fratelli d’Italia blinda il ministro, la Lega sembra pronta ad avvicendarlo.

Riccardo Magi, +Europa, chiede direttamente a Meloni: «Cosa bolle in pentola? E’ previsto un avvicendamento al Viminale o è un atto di killeraggio politico verso Piantedosi per regolare conti interni? Questo è il modo in cui Meloni intende procedere a un rimpasto di governo, senza metterci la faccia? Ci manca solo che l’Italia resti impantanata in una guerra di palazzo dentro Fdi o tra i partiti di maggioranza». Il Pd con una interrogazione parlamentare chiede di sapere quali contratti avrebbe avuto, Claudia Conte, dalla sua frequentazione con il ministro Piantedosi. Giovanni Donzelli smonta la ricostruzione: «Piantedosi è un grande ministro e sta lavorando benissimo: il resto sono fatti che non mi interessano. Il gossip non ci appartiene, ciascuno nella sua vita privata è libero di voler bene a chi desidera». E calcia la palla in tribuna. «Cerchiamo un ministro del Turismo, non della censura dei costumi». Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia ricorda che il ritocco di Governo è in corso, si sta cercando di chiudere su un nome che garantisca il partito di maggioranza. Certo, Matteo Salvini non fa mistero di tenersi pronto a riprendere quel Viminale che ha a lungo capeggiato. Se Salvini lasciasse i Trasporti – magari a Francesco Lollobrigida – e Luca Zaia tornasse a capo dell’Agricoltura, il rimpasto sarebbe bello e fatto.

Ma il dossier Turismo è solo una delle partite aperte a Palazzo Chigi. La scadenza è imminente e torna centrale anche il nodo carburanti. Meloni lavora a stretto contatto con Giorgetti per prorogare il taglio delle accise in scadenza il 7 aprile. Un intervento considerato necessario per contenere i prezzi alla pompa, che – salvo sorprese – dovrebbe arrivare già sul tavolo del Consiglio dei ministri oggi. Il perimetro è quello già visto: coperture tra 500 e 600 milioni e durata limitata, intorno ai venti giorni. Una misura tampone, mentre il governo si muove su più fronti: ieri Meloni ha incontrato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi per parlare di approvvigionamento energetico, sullo sfondo di uno scenario internazionale ancora instabile, segnato anche dalla crisi iraniana. Il dossier Iran resta infatti un fattore chiave, soprattutto per le ricadute sui flussi di petrolio nello Stretto di Hormuz, snodo attraverso cui passa circa un quinto del greggio mondiale. Ieri l’Italia ha partecipato alla riunione della Coalizione per Hormuz, promossa dal Regno Unito con una trentina di Paesi, per discutere la sicurezza della navigazione e la riapertura dello stretto.

Parallelamente, il governo studia nuovi interventi sul versante sociale. Meloni non lascia niente di intentato. Chiama tutti i ministri. Tiene ferme le nomine dei sottosegretari. Mercoledì sera ha incontrato il ministro del Lavoro Marina Calderone per fare il punto sulle misure già adottate e avviare una riflessione, in vista del Primo maggio, su nuovi strumenti per rafforzare le politiche del lavoro e contrastare il lavoro povero. Nel frattempo, la premier ha rivendicato il rinnovo del contratto del comparto istruzione per il triennio 2025-2027, che riguarda oltre un milione di dipendenti: il terzo dall’inizio della legislatura. Misure che servono a chi lavora nella scuola, certo. E che in un anno elettorale servono più che mai.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.