Qualcosa si sta muovendo nel grande mosaico dei titoli di Stato globali. E questo è importante perché movimenti simultanei ma non correlati fra loro potrebbero alterare alcuni equilibri, portando benefici all’Europa e all’Italia. Da una parte, negli ultimi anni, gli spread dei titoli sovrani di molti Paesi dell’area euro si sono progressivamente compressi, secondo un trend relativamente lineare. In parallelo, in Giappone, storicamente sinonimo di rendimenti ultra-bassi, i tassi hanno intrapreso la direzione opposta. La simultaneità di questi due movimenti è tutt’altro che neutrale. Rendimenti e spread rappresentano, in ultima istanza, una misura del rischio percepito dagli investitori: maggiore è il rischio associato a un emittente sovrano, maggiore sarà il premio richiesto dal mercato per detenerne il debito. Dal 2022 a oggi, lo spread tra BTP decennali italiani e Bund tedeschi è sceso da oltre il 2.3% a circa lo 0,6%: un livello che riporta gli spread sovrani ai minimi dalla crisi finanziaria globale. Nello stesso arco temporale, il rendimento del decennale giapponese è passato da circa lo 0,2% a oltre il 2,1%, più che decuplicandosi. Entrambi questi trend si sono accentuati negli ultimi mesi.

Guardando all’Europa, dopo la pandemia, le economie tradizionalmente definite “periferiche” hanno mostrato una resilienza e, in alcuni casi, una dinamica di crescita superiori rispetto ai Paesi “centrali”. Spagna e Grecia hanno registrato tassi di espansione superiori alla media dell’area euro; l’Italia, dal canto suo, ha beneficiato sia del percorso di rientro imposto dalle nuove regole europee di bilancio sia, soprattutto, dell’impulso fornito dal programma Next Generation EU, che secondo il Centro studi di Confindustria ne ha scongiurato una stagnazione del PIL. I Paesi periferici hanno migliorato in modo significativo i saldi primari, contribuendo a una riduzione relativamente rapida del rapporto debito/PIL. In parallelo, economie storicamente considerate più stabili, come quelle di Francia e Germania, stanno registrando un deterioramento dei conti pubblici.

Lontano dal nostro Continente, in Giappone le preoccupazioni sulla sostenibilità finanziaria erano emerse già a gennaio, quando la nuova leadership aveva ventilato l’idea di ridurre la consumption tax sui beni alimentari per contrastare un’inflazione nel 2025 trainata prevalentemente dai prezzi del cibo. La misura, pur potenzialmente benefica per i consumi delle famiglie nel breve periodo, avrebbe comportato un aggravio significativo per i conti pubblici, incidendo negativamente sul già delicato equilibrio fiscale del Paese. Le prime stime indicavano un costo pari a circa l’1% del PIL giapponese. I mercati hanno immediatamente interpretato il provvedimento come destinato a essere finanziato tramite maggiore emissione di titoli di Stato. L’aspettativa di un incremento dell’offerta di debito sovrano ha quindi rafforzato un trend al rialzo che comunque era già iniziato da tempo, sebbene in maniera molto più controllata e graduale.

In questo contesto, l’evoluzione descritta assume per l’Italia una valenza potenzialmente molto favorevole. La combinazione tra una crescente percezione di stabilità nell’area euro, e in particolare sul debito italiano, e il contestuale ridimensionamento dell’immagine del Giappone come porto sicuro può produrre un riassetto significativo dei flussi obbligazionari globali. Si può innescare un circolo virtuoso: maggiore domanda di titoli italiani significa rendimenti più bassi, che a loro volta rafforzano la sostenibilità del debito e riducono ulteriormente il premio per il rischio. Per l’Italia ciò implica minori costi di rifinanziamento e una progressiva riduzione della spesa per interessi sul debito esistente.

Andrea Fodale

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