A Torino la violenza non è “scoppiata”: è stata deliberatamente portata in piazza. Con metodo scientifico, con strumenti, con un obiettivo preciso: colpire lo Stato attraverso chi lo rappresenta. E pensare che quanto accaduto durante la manifestazione per Askatasuna sia il frutto di una deriva improvvisa, significa continuare a raccontarsi una favola comoda ma del tutto falsa. Gli scontri, gli assalti agli agenti, i mezzi incendiati o il tentativo di linciaggio di un poliziotto non sono un eccesso emotivo né una reazione incontrollata, ma il risultato di una regia. Una regia che da anni opera sotto gli occhi di tutti, protetta da una rete di giustificazioni, di silenzi e di complicità culturale.

Le parole della procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, hanno il merito di rompere finalmente questo velo, perché parlare apertamente di “area grigia”, di una zona di tolleranza colta e borghese che normalizza la violenza politica, significa dire una verità scomoda. Perché – checché ne dicano le anime belle – senza quella benevola indulgenza e senza quella narrazione compiacente che assolve sempre “il contesto”, certi fenomeni non avrebbero attecchito così a lungo. Da anni, infatti, assistiamo allo stesso schema: gruppi organizzati, spesso riconducibili all’area anarcoinsurrezionalista, si presentano alle manifestazioni già pronti allo scontro. Scudi, bastoni, bombe carta, volti coperti: nulla di improvvisato, nulla di casuale. È la stessa logica che ha devastato i cantieri della Tav, ferito centinaia di poliziotti, trasformato intere zone in campi di battaglia. Oggi, semplicemente, quel modello è stato trasferito e replicato all’interno delle città.

Eppure per tanto tempo questi comportamenti sono stati raccontati come “conflitto sociale”, “tensione”, “reazione”. Mai come reati, mai come atti eversivi. Mai come un attacco diretto all’ordine democratico. E questa distorsione, alla lunga, ha prodotto un effetto devastante e ci ha portato esattamente qui, nel limbo della sostanziale impunità. Chi ha incendiato, devastato, aggredito, spesso lo ha fatto con la convinzione di poterlo rifare. Chi ha colpito uomini e donne in divisa ha agito sapendo di muoversi dentro una zona di tolleranza politica e culturale. Ed è qui che lo Stato ha perso terreno. Oggi non servono più ambiguità né distinguo: manifestare è un diritto fondamentale, ma non può diventare lo scudo dietro cui si legittima la violenza.

Le Forze dell’ordine non sono in piazza per reprimere il dissenso, ma per garantire che il dissenso non si trasformi in guerriglia. Per questo è necessario prendere una posizione netta, è necessario responsabilizzare chi indice manifestazioni sapendo che degenereranno, è necessario restituire forza alle norme penali e certezza alle sanzioni. Ed è necessario soprattutto che la politica, in maniera trasversale, condanni senza esitazioni questi episodi, senza strizzarvi l’occhio.

A Torino non è mancata la prevenzione, ma il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E quello che è accaduto non è un’eccezione, ma un avvertimento che arriva da anni di indulgenza culturale, di ambiguità politica e di silenzi interessati. Stiamo attenti, perché quando la violenza viene spiegata, giustificata o minimizzata, smette di essere un problema di ordine pubblico e diventa un problema di responsabilità collettiva.

Domenico Pianese

Autore