Non scherzava, dunque, Donald Trump quando ha detto nel corso di una esplosiva intervista al New York Times di considerarsi al di sopra di qualsiasi legge nazionale e internazionale. E infatti si è proclamato “acting president” del Venezuela. L’ha annunciato modificando il suo profilo su Wikipedia e pubblicandone la fotografia sul suo social Truth. Così, senza tanti preamboli. Ed ha detto che era deluso dai venezuelani perché si aspettava, dopo aver catturato il Presidente Maduro e sua moglie, che i dirigenti venezuelani capissero l’antifona e facessero qualcosa di pratico per rimettere a posto le cose dopo le nazionalizzazioni delle concessioni petrolifere americane, e metter mano ai lavori di ripristino degli impianti petroliferi in malora.
“Non mi piace come si comportano: fanno toppo i carini”. È un periodo della visione del mondo del quarantaseiesimo presidente degli Stati uniti d’America, in cui Trump vede saziato (almeno in apparenza) il suo ego perché nel giro di poco tempo ha modificato lo stato della guerra di Gaza, ha ammonito Xi Jinping dicendogli che se si azzarda a toccare Taiwan lui risponderebbe con la guerra, ha arrestato Maduro, e sta facendo fuori la flotta fantasma delle petroliere di Putin. Una parte dei manifestanti in rivolta in rivolta a Teheran urlano il nome di Trump (e persino quello di Netanyahu) come quello del loro salvatore e gli intitolano strade, così come è accaduto anche a Caracas dove però lo shock della cattura di Maduro non ha per ora generato risultati concreti: non si è visto alcun gesto per rimettere in piedi gli affari americani azzerati da Ugo Chavez, predecessore di Maduro con un colpo di Stato. È notevole il cambio di linguaggio di Trump che accusa i venezuelani di essere “troppo carini ma senza risultati concreti”. Trump in questi giorni ha rifatto il verso al presidente francese Macron usando la erre moscia e mettendo l’accento tonico alla fine delle parole e ha aumentato la pressione psicologica nei confronti dei giornalisti: “Zitto lei è solo un bugiardo e infatti lavora per una testata di sole menzogne”.
Che cosa ha in mente Trump, ammesso che non navighi a vista? Nella intervista al nemico New York Times aveva spiegato che lui risponde soltanto alla propria coscienza e non alle leggi. È una affermazione grave e stupefacente, ma non diversa da quella di Putin secondo cui i diritti della Storia prevalgono sul diritto internazionale. Nella mente e salvo nuove soprese, siamo nella fase in cui Putin è diventato uno dei cattivi perché non intende chiudere la guerra in Ucraina che porta soltanto danni e nessun buon affare. Quindi ha deciso di far intercettare e sequestrare in acque internazionali le petroliere che portano petrolio russo di contrabbando dal mar Baltico all’India dove viene mischiato con petrolio venezuelano per sfuggire alle analisi chimiche: è il ricavo di quel petrolio che garantisce a Putin il denaro per sostenere ancora le spese di guerra, fra cui i mercenari e i lavoratori orientali visto che la meglio gioventù russa muore sul fronte ucraino nella misura di mille uomini al giorno.
Per fare la faccia feroce e reagire al sequestro delle petroliere, Putin ha mandato tre navi da guerra a disturbare le portaerei americane con manovre che possono provocare incidenti irreparabili. Della situazione interna del Venezuela sembra che a Trump importi poco o nulla: del resto, lui non è come quegli odiosi neo-con che esportano la democrazia, lui ha preso Maduro per mostrare al mondo come si fanno le operazioni speciali militari. E poi per degradarlo al rango di trafficante di droga, cosa che fa tremare la Colombia e Cuba. Ma Trump ha subito fra tanto trionfalismo una doccia fredda col fallimento della sua riunione con i proprietari della Exxon tutt’altro che entusiasti all’idea di tornare a spremere petrolio in Venezuela, dove nessuno rispetta le regole e dove spariscono i capitali. Trump si è irritato: ma come? ha fatto una breve guerra per loro, ha rapito un “acting Presidente” come Maduro addirittura sostituendolo e poi le grandi imprese americane che dovrebbero ringraziarlo e brindare, storcono il naso e dicono che hanno altri impegni. Era una furia, e gli i membri del Consiglio di amministrazione della Exxon hanno promesso mandare una delegazione di tecnici in Venezuela.
Sul fronte iraniano è in pista, ma non è sicuro che piaccia a Trump, il figlio del vecchio scià Mohammad Reza Pahlavi, di cui porta il nome e che rivendica il trono del padre costretto a fuggire nel 1979 con l’arrivo da Parigi dell’ayatollah Khomeini. Pahlavi fu insediato dagli americani dopo il fallimento della rivoluzione socialista di Mossadeq, uomo di sinistra ben visto dai russi. A Caracas proseguono le manifestazioni ma il potere sembra saldamente in mano del gruppo dirigente imposto da Fidel e Raoul Castro. Per ora Caracas ha scelto il basso profilo con Trump sperando di superare la tempesta. E Trump con fantasia intimidatoria si è proclamato manager reggente dell’intero Venezuela, un atto adatto ai tempi in cui tutte le regole scritte dopo la Seconda guerra mondiale stanno saltando.
