Ormai è chiaro a tutti che quelli di Donald Trump non sono ammonimenti casuali o minacce: il presidente degli Stati Uniti non scherza, e forse qualcuno ha dimenticato che in politica estera non l’ha mai fatto. L’Iran lo ha capito forse troppo tardi, perché anche il tirare la corda a Ginevra sull’accordo si è dimostrato l’errore peggiore che Teheran potesse fare.
Era chiaro a tutti che Israele già dalla guerra dei 12 giorni aveva posto quale obiettivo la distruzione della capacità militare e offensiva del regime iraniano, che voleva arrivare alla costruzione dell’ordigno nucleare. Lo stesso Trump all’inizio del suo mandato lo aveva posto come punto dirimente. Non bisogna dimenticare che quanto accaduto il 7 ottobre con la regia iraniana ha posto inevitabilmente la neutralizzazione del regime al primo posto nell’agenda di Tel Aviv e dell’Amministrazione americana, così come il colpire e recidere tutti i tentacoli iraniani in Medio Oriente è stato un passo decisivo per stringere il cerchio intorno alla Repubblica Islamica, nell’attesa di assestare il colpo decisivo, quello a cui assistiamo in questi giorni.
Le proteste, l’indebolimento del regime, la stessa sanguinosa repressione avviata dai Pasdaran hanno accelerato un processo già in moto e che paradossalmente è stato lo stesso Iran a innescare. Il timore di Khamenei e soci, per cui l’ampliamento degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita potesse costituire una concreta minaccia alle aspirazioni regionali del regime e alla sua stessa sopravvivenza, li ha spinti a compiere un passo che per le sue conseguenze ha eliminato ogni freno inibitorio e ogni impedimento diplomatico. La condanna a morte del regime è stata emessa già nelle prime ore del drammatico 7 ottobre: se non si parte da lì, non è possibile comprendere quello che sta accadendo ora. Perché esiste un limite che, una volta superato, finisce per annullare le politiche di deterrenza e obbliga chi si percepisce minacciato (e dall’Iran lo siamo tutti) ad agire.
In questo contesto, Trump ha assunto il ruolo della gran “scopa”, così definita da don Abbondio nel capitolo XXXVIII dei Promessi Sposi. Uno strumento di quel moto violento della storia che fa “pulizia” delle vecchie increspature per giungere a ridisegnare un nuovo equilibrio, e come tutti i sommovimenti storici non ha certo la cautela delle educande, ma l’impatto tellurico che passa inevitabilmente per molte scosse d’assestamento. Lo stesso Donald non è consapevole fino in fondo di questo suo ruolo di “livellatore”, ma seguita nel vedersi il riscossore di tutti i crediti dell’America, il vendicatore dei torti passati, l’esecutore delle aspirazioni di grandezza proprie degli Stati Uniti. Perché ciò che accade oggi fa parte di un disegno più grande, e che alla fine porta sempre nella stessa direzione: distruggere gli alleati di Mosca e Pechino. Con due mosse, gli Stati Uniti hanno eliminato le due principali fonti di approvvigionamento petrolifero della Cina e inferto un altro colpo a Mosca.
