Quando il merito costa più dell’abitudine, l’abitudine vince. È una legge non scritta delle istituzioni, e spiega meglio di molte invettive perché in Italia l’idea del concorso già deciso trova terreno fertile. In Senato Andrea Crisanti ha usato parole da pugno nello stomaco: nella sua esperienza, spesso il vincitore si conosce prima. È un’accusa grave, che non va né banalizzata né trasformata in una condanna collettiva. Ma, prima ancora di fare un processo alle intenzioni, dovremmo porci una domanda più riformista che moralista: quali regole rendono conveniente la chiusura? Perché un sistema pubblico dovrebbe scegliere, con tanta frequenza, la strada che appare meno competitiva?

La risposta passa da un tecnicismo contabile che quasi mai entra nel dibattito pubblico: i Punti Organico, la moneta con cui il Ministero misura quante assunzioni e progressioni un ateneo può permettersi. In questa contabilità un ordinario vale 1 punto, un associato 0,7. Il valore economico di 1 punto è fissato da decreto: oggi circa 116.298 euro. Traduzione: promuovere un associato a ordinario costa 0,3 punti in più; chiamare dall’esterno un ordinario costa 1 punto intero. Immaginate un ateneo che disponga, in un anno, di 10 Punti Organico: dieci chiamate esterne di ordinari, oppure – a parità di spesa – oltre trenta progressioni interne di associati a ordinari (0,3×33=9,9). È facile capire quale soluzione appaia efficiente nel breve. Ma l’efficienza contabile non coincide con la qualità istituzionale: l’una guarda al bilancio, l’altra guarda alla credibilità. In altre parole: chiediamo concorrenza, ma rendiamo la concorrenza più costosa della continuità; chiediamo trasparenza, ma scarichiamo sui dipartimenti l’intero costo dell’apertura. È così che l’opacità diventa ‘realismo’ amministrativo.

Ora fate l’aritmetica che fa ogni dipartimento, ogni anno, con risorse finite. Questo non assolve nessuno e non condanna tutti. Difendere gli interni può avere ragioni legittime: continuità didattica, investimenti già fatti, laboratori e servizi da far funzionare, studenti da seguire. Una comunità scientifica non è un mercato spot. Ma una comunità senza osmosi si trasforma in corporazione: perde informazioni, perde confronto, perde reputazione. Non a caso, nello stesso dibattito, Crisanti ha richiamato il tema dell’inbreeding e ha citato l’ordine di grandezza dell’80% per l’Italia a fronte di una media europea intorno al 55%.

Se vogliamo concorsi più credibili, non basta alzare la voce contro i baroni. Serve ridisegnare il prezzo dell’apertura. Alcune mosse sono ovvie: commissioni realmente indipendenti, trasparenza piena su candidature e criteri, dati aperti sugli esiti. Ma la leva decisiva è finanziaria, perché qui c’è un classico fallimento di incentivi: la mobilità produce benefici sistemici (più idee, più concorrenza, più reputazione internazionale), ma i costi ricadono sul singolo dipartimento. È come chiedere a un singolo condomino di pagare l’ascensore che aumenta il valore di tutto il palazzo.

Allora una proposta è semplice da enunciare: un fondo nazionale per la mobilità che copra (in tutto o in parte) il differenziale tra 1 e 0,3 quando si chiama dall’esterno; premi in Punti Organico per chi recluta fuori ateneo e fuori regione; una quota minima di posizioni finanziata per chiamate esterne realmente competitive, monitorata con indicatori di esito. Non per punire l’interno, ma per rendere possibile l’esterno. La meritocrazia, come ogni bene pubblico, costa: l’illusione è pensare che basti predicarla. Il punto, in fondo, è filosofico. Il merito non è un sentimento: è un’architettura. Se l’architettura premia la chiusura, otterremo chiusura; se premia l’apertura, otterremo apertura. E allora la frase “il vincitore si conosce prima” smetterà di suonare come una descrizione dell’inevitabile e tornerà a essere ciò che dovrebbe essere: uno scandalo.

Giuseppe Pognataro

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