Un eventuale attacco all’Iran si concentrerebbe sui siti e sui lanciatori di missili strategici, obiettivi che rappresentano la minaccia più immediata per le forze statunitensi e israeliane. È l’ammiraglio in pensione Bob Harvard, ex vice comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), a sostenere che l’accumulo senza precedenti di equipaggiamento militare statunitense in Medio Oriente non è semplicemente una dimostrazione di forza, ma piuttosto un “segno della capacità di Washington” di infliggere un colpo rapido e diffuso alla struttura di potere della Repubblica islamica se la via diplomatica dovesse fallire. In queste ore gli Stati Uniti stanno realizzando il più massiccio e potente dispiegamento aereo mai visto in Medio Oriente dal 2003 in poi.

Il messaggio che Trump vuole lanciare a uno dei più orribili regimi della storia è questo: o vi allineate spontaneamente all’asse americano o ciò avverrà con la forza. Tutti i cicli negoziali tenuti finora tra Usa e Iran, come era ampiamente prevedibile, sono stati inconcludenti. Era chiaro che le rassicuranti dichiarazioni di Trump sulla volontà di proseguire il dialogo assomigliavano molto a quelle dello scorso 12 giugno quando il presidente affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco militare. Adesso la portaerei Gerald Ford è in prossimità di Gibilterra. Entro quattro giorni dovrebbe essere al largo della Siria, pronta per le operazioni contro l’Iran. Washington, dunque, ha ancora tempo da impiegare per il “gioco” del negoziato con la sua “diplomazia coercitiva”.

Ma attenzione! Secondo la Casa Bianca, l’Iran dovrà corrispondere pienamente all’asse americano così come è avvenuto per la Siria: con le buone o con le cattive. Washington ha dettato un’agenda ampia a Teheran che comprende l’azzeramento del suo programma nucleare, l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la completa neutralizzazione delle capacità missilistiche balistiche, la fine del sostegno ai gruppi armati nella regione e la fine della repressione degli oppositori. Ma la tattica di Khamenei non è cambiata. La Repubblica islamica temporeggia facendo credere di essere disposta seriamente a fare importanti concessioni sul nucleare, mentre continua la sua feroce repressione in patria col crudele e brutale massacro della gioventù iraniana e mentre le Nazioni Unite concedono a Teheran un ruolo consultivo presso il Consiglio per i diritti umani e la vicepresidenza della commissione Onu per lo sviluppo sociale. Anche l’Iran si sta preparando, per questo sta trascinando le trattative per le lunghe, schierando forze navali col sostegno di Cina e Russia per bloccare lo Stretto di Hormuz, fortificando i suoi siti nucleari, rafforzando le difese aeree e decentrando i comandi militari in maniera da non farli diventare facili obiettivi.

Intanto continua il potenziamento aereo statunitense nella regione del Golfo Persico. Dal Regno Unito sono giunte altre unità di caccia F15E, diretti nelle basi del Medioriente, mentre sei aerei radar AWACS E3G sono impiegati per il controllo-spia di tutto il territorio iraniano. Continuano ad affl uire aerei cisterna per il rifornimento in volo necessari nel caso in cui l’Arabia Saudita e gli altri paesi del Golfo non dovessero dare il permesso di sorvolo gli aerei Usa e israeliani che sarebbero così costretti ad una rotta molto più lunga, passando per lo spazio aereo giordano e siriano oltre che iracheno e questo comporterebbe la necessità di un ripetuto rifornimento in volo. Appare dunque chiaro che questo imponente dispositivo militare non è concepito per un semplice attacco ai siti nucleari, ma per disarticolare l’intera capacità militare iraniana, la sua linea di comando, la sostanziale riduzione delle capacità missilistiche a lungo raggio e a favorire il cambio di regime. Per questo si prevede un attacco capillare e prolungato a scala per settimane se non per mesi. I primi attacchi saranno rivolti con ogni probabilità all’apparato repressivo dei guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) e ai servizi di intelligence. Dal 2007, i guardiani della rivoluzione hanno decentralizzato la loro struttura attraverso l’istituzione delle guardie provinciali (PG), che operano sotto il controllo degli undici quartier generali di Sicurezza.

L’obiettivo primario sarebbe distruggere il quartier generale di Tharallah che opera come centro nevralgico della repressione del regime a Teheran e in tutto il Paese. Il ruolo delle guardie provinciali è quello del comando militare delle rispettive province con la supervisione di tutte le basi dei pasdaran e dei volontari paramilitari Basij. Alcuni rapporti di intelligence americana hanno identifi cato 23 basi regionali di pasdaran e Basij, ciascuna situata in una delle 22 regioni municipali di Teheran, che operano sotto il suo comando e sono stati in prima linea nel brutale massacro perpetrato nelle strade iraniane tra l’8 e il 9 gennaio. Sono considerate i centri nevralgici della repressione a livello operativo e sarebbero tra i primi obiettivi nel mirino statunitense. Nella struttura gerarchica verticale, sotto le basi regionali basij dei guardiani della rivoluzione IRGC, si trovano quelle distrettuali (howzeh in persiano). Sono state identificate 300 basi distrettuali basij distribuite nei 123 distretti municipali della città di Teheran. L’ultimo livello della struttura verticale dei pasdaran è quello delle basi di quartiere dei Basij (mahalaat). In totale, l’intelligence americana ha nel mirino oltre 3000 basi di quartiere basij nei 375 quartieri di Teheran. Molte di queste basi di quartiere sono moschee. In caso di attacco americano non ci si dovrebbe meravigliare del fatto che nulla rimarrebbe più in piedi della struttura capillare delle forze della repressione della Repubblica islamica.