Il secondo round a Ginevra
Usa-Iran, il solito nulla di fatto. La tattica di Khamenei non è cambiata: temporeggia e reprime ferocemente
Il secondo round di colloqui indiretti tra Usa e Iran si è concluso, come era ampiamente prevedibile, come il primo: con un nulla di fatto. Come nelle fiabe del Pañchatantra, Trump sembra concedere tempo alla diplomazia rassicurando gli ayatollah e facendo credere loro che gli Usa non hanno alcuna intenzione di attaccare e che credono nella buona fede negoziale dei mullah. In realtà a Washington sanno che la Repubblica islamica non farà concessioni sostanziali sull’ampia gamma delle richieste avanzate anche da Israele.
Le rassicuranti dichiarazioni di Trump sulla volontà di proseguire il dialogo assomigliano molto a quelle dello scorso 12 giugno quando il presidente affermò di preferire una soluzione diplomatica e non un attacco militare. Era quella chiaramente una tattica diversiva volta a mettere a tacere le sirene d’allarme a Teheran prima dell’attacco israeliano. La portaerei Gerald Ford è in navigazione ed è ancora lontana dal Medio Oriente, Washington, dunque, ha ancora tempo da impiegare per il “gioco” del negoziato. L’Iran dovrà corrispondere pienamente all’asse americano così come è avvenuto per la Siria: con le buone o con le cattive.
D’altro canto la tattica di Khamenei non è cambiata. La Repubblica islamica temporeggia facendo credere di essere disposta a negoziare sul nucleare mentre continua la sua feroce repressione in patria col crudele e brutale massacro della gioventù iraniana. Il segretario di Stato Marco Rubio è stato chiaro: “All’Iran non sarà mai consentito di possedere un’arma nucleare, che minaccerebbe non solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, la sicurezza globale e la regione. Su questo non c’è alcun dubbio”. La seconda questione posta da Rubio è quella dell’allineamento dell’Iran all’asse americano: in Medio Oriente non può essere un nemico degli Stati Uniti e di Israele. “Vogliamo avere nella regione forze non minacciose. La Repubblica Islamica ha invece dimostrato la volontà e la capacità di attaccare la presenza statunitense nell’area. Abbiamo basi lì grazie alle nostre alleanze nella regione e Teheran ha dimostrato di essere pronta ad attaccare e minacciare le nostre basi. Quindi dobbiamo avere una potenza di fuoco sufficiente nell’area per assicurarci che non commettano lo stesso errore, attaccandoci e innescando una crisi più grave”, ha dichiarato Rubio.
Washington ha dettato un’agenda ampia a Teheran che comprende l’azzeramento del suo programma nucleare, l’eliminazione dal territorio iraniano delle scorte di uranio arricchito, nonché la completa neutralizzazione delle capacità missilistiche balistiche, la fine del sostegno ai gruppi armati nella regione, cioè al cosiddetto “asse delle resistenza” e la fine della repressione degli oppositori. Ma la Repubblica islamica, invece vuole discutere solo del dossier nucleare. Ora il regime iraniano è sotto assedio militare e politico da parte di Washington. Gli ayatollah non lo ammettono, ma a Ginevra Kushner e Wittkoff hanno detto a loro che dovranno tornare nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per risolvere tutte le divergenze. Si tratta per Teheran di una delle più grandi umiliazioni mai ricevute dagli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha presentato le ferme dichiarazioni di Washington in maniera positiva sostenendo che sarebbe una intesa sui “principi guida” e descrivendo le discussioni come più costruttive rispetto al round precedente, ma ammettendo che un accordo finale resta ancora molto lontano.
Ali Larijani, segretario del Consiglio superiore per la sicurezza, ha annunciato di aver aperto anche all’ispezione dei siti nucleari da parte dei tecnici dell’AIEA. Il direttore dell’Agenzia atomica delle Nazioni Unite, Rafael Grossi, ha avuto un colloquio con Araghchi. Intanto le Guardie della rivoluzione islamica riprendono a mostrare i muscoli con le esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz assieme a Russia e Cina. La disponibilità iraniana a proseguire i colloqui ad ogni costo sembra un ennesimo bluff per guadagnare tempo mentre l’orribile repressione, che ha visto già oltre 100 mila arresti, 36 mila morti e 500 impiccagioni di pacifici manifestanti, procede a ritmo serrato.
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