Politica
Uscire dal capitalismo tecno-nichilista senza buttare via il liberalismo
Disuguaglianze e insicurezza spingono molti a desiderare sistemi autoritari. La soluzione non è ridurre la libertà: vanno ripensate le democrazie occidentali
Negli ultimi anni si ripete che il mondo liberale è al capolinea: disuguaglianze crescenti, solitudini digitali, fragilità psichiche. Se la libertà occidentale genera ansia e precarietà, perché non dichiarare fallito il liberalismo stesso e guardare a modelli “forti”, da Mosca a Pechino?
La diagnosi di Mauro Magatti, in Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista (Feltrinelli), è tra le più lucide di questo malessere. Ma, letta fino in fondo, indica la necessità di rigenerare il liberalismo, non di sostituirlo con nuove autocrazie. Magatti chiama “capitalismo tecno-nichilista” il ciclo storico in cui la promessa di liberare l’individuo da tutti i vincoli si combina con un sistema tecnico potentissimo e pervasivo: flussi finanziari, reti digitali, mobilità senza sosta. In questo quadro, il potere non scompare, si riconfigura.
L’economia globale si intreccia con uno “spazio estetico mediatizzato” fatto di immagini e narrazioni frammentate. Tre parole ne riassumono il funzionamento: connessione, accelerazione, traduzione (Magatti–Martinelli, 2012). Connessione permanente, accelerazione continua, traduzione costante di ogni esperienza in dato e merce simbolica. La libertà diventa così “immaginaria”: si sperimenta un’espansione del possibile – si può comunicare, comprare, rappresentarsi quasi senza limiti – ma al prezzo di nuove dipendenze. L’individuo appare più potente che mai, mentre l’unità interiore si incrina. Il capitalismo tecno-nichilista finisce per consumare le basi stesse della convivenza. Proprio qui le autocrazie colgono il varco. La Russia putiniana si propone come alternativa al “declino” occidentale; la Cina offre un capitalismo autoritario che scambia crescita con rinuncia alle libertà politiche; in Europa e negli Stati Uniti avanzano nostalgie di “democrazie illiberali”. La crisi del liberalismo viene letta come prova del suo fallimento definitivo.
L’equivoco è profondo: si confonde la degenerazione tecnocratica del liberalismo con il liberalismo in quanto tale. Si identifica la libertà con il consumo, l’individuo con il narcisista solitario, l’umanesimo con il suo esito caricaturale. Eppure Magatti ricorda che le crisi del sistema possono restare semplici rotture del cronos – da turare con nuova tecnica – oppure diventare occasioni di kairos: ripensamento della libertà. Da qui la proposta di una “libertà generativa”, che non consiste nel consumare possibilità, ma nel generare libertà per altri (Magatti, Generare libertà). Perché questa libertà non resti astratta, occorre riallacciarsi a una tradizione umanistica più profonda. In Italia un primo filo passa per Alessandro Manzoni. Nelle Osservazioni sulla morale cattolica afferma che il Cristianesimo «ha rivelato l’uomo all’uomo», dando dignità non solo al forte ma all’umile, al vinto, al peccatore perdonato. Insiste sull’unità tra fede, ragione, morale e politica: la “grande” politica nasce dalla “piccola” morale, dalle responsabilità quotidiane. Non a caso, accetta la nomina a senatore del Regno nonostante il Non expedit: la fede non giustifica il ritiro dalla storia, ma l’ingresso responsabile.
Questo “ideale precostantiniano”, che privilegia la kenosi e i martiri rispetto alla teologia della vittoria, avvicina Manzoni all’universo di Dostoevskij e prepara l’incontro con un altro filone decisivo: la filosofia religiosa russa del cosiddetto Secolo d’Argento. Vladimir Solov’ëv parla di “divino-umanità”, cooperazione libera tra Dio e uomo; Nikolaj Berdjaev fa della libertà il principio originario – non vi è persona senza creatività, né creatività senza responsabilità – e influenzerà il personalismo francese.
Mettendo insieme Manzoni, il personalismo e la lezione di Magatti, si delinea una via d’uscita: non il “meno liberalismo”, ma un liberalismo diverso, capace di pensarsi come spazio di libertà generativa. Le democrazie occidentali non reggeranno alla prova del capitalismo tecno-nichilista se difenderanno solo procedure vuote: hanno bisogno di una grammatica della libertà radicata nella dignità della persona, nella fragilità condivisa, in legami che non siano ridotti a contratti.
L’alternativa alle illusioni del capitalismo tecno-nichilista non è il sogno di un sovrano che rimetta tutti in riga, ma un lavoro di lunga durata sulla coscienza individuale e collettiva, sulla bellezza dei legami, sulla responsabilità verso le generazioni future. In questa prospettiva, il liberalismo non è un relitto: è un cantiere ancora aperto, che può rinascere solo se accetta di lasciarsi giudicare da ciò che, davvero, «ha rivelato l’uomo all’uomo».
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