Giustizia
Val d’Agri, la fine dell’onda lunga del sospetto: Eni e tutti gli imputati assolti perché il fatto non sussiste
Ribaltata la sentenza di primo grado sui presunti illeciti al Centro Olio di Viggiano.
C’è un tempo della giustizia e poi c’è un tempo, più lento e carsico, delle comunità. Il primo si è chiuso ieri, con l’assoluzione in appello di tutti gli imputati e di Eni nel processo sul presunto traffico illecito di rifiuti legato alle attività del Centro Olio di Viggiano, Val d’Agri. Il secondo, in Basilicata, non si è mai davvero aperto né chiuso, è rimasto sospeso, come la nebbia che si posa sui versanti del Sirino, duemila metri con la sua cima più alta a ridosso del Mar Tirreno. Dal marzo del 2016, quando la Procura di Potenza mise i sigilli ad alcuni impianti presenti dentro il “Cova” (centro olio Val d’Agri) e al pozzo di reiniezione delle acque di produzione, la valle ha vissuto in uno stato di attesa permanente. Il sequestro fermò la produzione, le royalties si contrassero, la politica regionale – che ha sempre fatto della tutela ambientale una bandiera – scoprì che anche la contabilità era importante, pronta a rivendicare il risarcimento per il mancato gettito.
L’ambiente, si sa, è un valore assoluto. Ma anche le entrate di bilancio, evidentemente, lo sono quando servono a tenere in piedi servizi essenziali. La discussione, tra l’altro, è proprio attuale in questi mesi in Basilicata. Nel frattempo, fuori dalle aule di tribunale, il processo vero si celebrava più che nelle piazze (qui il tasso di contrazione demografica è altissimo) nei consigli comunali, nei comunicati delle associazioni. Le associazioni ambientaliste sottolineavano la ferita al territorio, discutevano di modello estrattivo incompatibile con la vocazione agricola e paesaggistica della valle. La pubblica accusa, con la pm Laura Triassi, sosteneva un impianto probatorio che nel 2021 aveva convinto il Tribunale di Potenza.
Sei condanne, una sanzione per la società, la confisca di oltre 44 milioni ritenuti profi tto illecito, c’erano state anche parziali assoluzioni ma in buona sostanza l’effetto, fuori dal palazzo di Giustizia, fu che il petrolio, da risorsa, diventava stigma per verdetto giudiziario. Poi l’attesa negli anni, per gli imputati, per il Cane a sei zampe e per la comunità lucana. Un’attesa paziente e silenziosa da parte di Eni e dei suoi dirigenti coinvolti nel processo, si limitarono a dire che avrebbero fatto appello dopo la condanna in primo grado, nessun giubilo ora che tutto si è risolto positivamente. Il pm non indietreggiò di un millimetro e, anzi, alla fi ne del dibattimento rilanciò con il più classici dei teoremi: la multinazionale non poteva non sapere.
In mezzo a tutto ciò migliaia di fogli di consulenze tecniche, le dispute sui codici CER, sulla classificazione delle acque di strato, sui destini finali dei reflui. Quella parola, “ammina”, improvvisamente diventata di uso corrente tra i cronisti di giudiziaria in Basilicata. Materia da ingegneri ambientali e chimici, per la verità, più che da editorialisti, eppure decisiva per l’esito di un’intera narrazione pubblica. Fino a ieri: ribaltamento totale. Il traffi co illecito non c’è stato. Le procedure erano conformi. Tutti assolti. Le persone e la società. Cade così ogni profi lo di illecito amministrativo per Eni SpA sul cui modello 231 non grava così alcun precedente giudiziario. Deciso da una Corte d’Appello presieduta da una “vecchia” studentessa modello della facoltà di giurisprudenza a Salerno, Lucia Casale – si può condividere un ricordo? – sempre presente ai corsi, sempre voti alti agli esami, riconoscibile per una sorprendente compostezza in quel suk in cui i ragazzi e le ragazze correvano come scalmanati per accaparrarsi una sedia e non rimanere in piedi. Anche uno degli avvocati del collegio di difesa, Giuseppe Fornari, milanese di Lecce, è tornato per un attimo ragazzo per la felicità del verdetto e ha scritto sul suo profi lo Fb: «Giustizia è fatta, l’emozione c’è ancora tutta. Anche se nel frattempo nei hai viste di ogni. Anche se sono passati più di 30 anni dalla prima volta».
E tuttavia, in Basilicata (ma non è così anche nel resto d’Italia?) bisognerà vedere se l’assoluzione giudiziaria coinciderà con una pacifi cazione civile. Perché in questi anni si è sedimentato qualcosa che va al di là del capo d’imputazione e della giusta pretesa di un’attività d’impresa rispettosa delle norme: un pregiudizio diffuso, una diffi denza strutturale verso l’industria, verso lo Stato che la autorizza, verso la promessa – sempre ambivalente – dello sviluppo. Anche se la frattura tra comunità ed estrazione non attraversa davvero la Val d’Agri. Da queste parti il rapporto con Eni è meno ideologico e più quotidiano: fatto di lavoro, di indotto, di famiglie che da anni vivono – direttamente o indirettamente – attorno alla filiera energetica. Le tensioni, semmai, si registrano altrove, nel resto della regione, dove il petrolio è percepito più come simbolo che come economia reale. In valle, invece, si sa che la produzione è in calo e che, proprio per questo, bisognerebbe governarne una ripartenza intelligente, capace di tenere insieme sicurezza ambientale e tenuta sociale.
Qui sta la tribolazione vera della questione ambientale in Basilicata, nella difficoltà di tenere insieme due verità che altrove coesistono senza drammi identitari. E cioè che la tutela del paesaggio non sia incompatibile con un’infrastruttura industriale, se questa è sottoposta a controlli seri e continui. Sviluppo non è una parolaccia. Per fortuna la Basilicata, negli ultimi anni, ha avuto il coraggio di non cedere a un luddismo di ritorno, soprattutto ora che il quadro energetico europeo e mondiale è cambiato. È una scelta che oggi appare meno ideologica e più realistica se confrontata con gli anni duri in cui le amministrazioni regionali si trovarono strette tra la pressione delle piazze e la tentazione di inseguire l’onda di un ambientalismo radicale, spesso più identitario che pragmatico. Oggi la regione è al bivio di una politica ambientale adulta: capace di pretendere standard elevati e di sanzionare le violazioni, ma anche di riconoscere quando l’allarme supera il dato tecnico, quando il sospetto diventa ideologia, quando la prudenza scivola nella paralisi. C’è da scommettere che l’assoluzione chiuderà un capitolo ma non il libro. Molti diranno che bisogna aspettare le motivazioni della sentenza per capire dolo, assenza di dolo, abrogazione dell’abuso d’uffi cio. Tutto giusto, ma qui ci interessa continuare a discutere se il destino di una regione sia quello di giacere sopra un tesoro da non toccare o di usarlo senza pericoli. Domanda legittima, che nessuna sentenza potrà mai archiviare. Ma è anche vero che la risposta, a questo tipo di domanda, non può venire dai giudici.
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