Trasformare l’identità da nostalgia a progetto
Vannacci, Zaia e il Carroccio: se l’identità è più forte del passato
Negli ultimi giorni si è parlato del duello a distanza tra Luca Zaia e Vannacci. «Non ho visto il post (di Vannacci – ndr) – ha detto il governatore del Veneto – ma penso che le leggi razziali siano il periodo più buio della storia d’Italia. Hanno permesso il rastrellamento programmato di ebrei, zingari, disabili, gay e omosessuali, portati nei campi di concentramento e terribilmente uccisi». Zaia aggiunge: «È una ferita dell’umanità e purtroppo noi, assieme a qualche altro paese, penso alla Germania con Hitler, siamo stati tra gli artefici di questa pagina terribile».
La politica italiana ricade negli stessi riti: destra contro sinistra, fascismo contro antifascismo e anti-fascismo rituale, invocazioni di ritorni al passato, alzate di scudi e contro-scudi retorici. Questa volta però il rito si è consumato dentro un partito, e peraltro a destra, e il tema è meno rituale di quanto sembri, perché in gioco c’è la nostra identità. Viviamo tempi in cui le sfide sono molto concrete: immigrazione incontrollata (o non gestita), frammentazione sociale, insicurezza e degrado urbano, radicalizzazione islamica, perdita di coesione comunitaria. Nessuno di questi problemi può essere liquidato come marketing della paura. E quando la risposta a queste istanze è evocare le pagine più oscure della nostra storia, ammettiamo, senza volerlo, la nostra debolezza.
Da AfD in Germania a SD in Svezia o FvD in Olanda, alcune formazioni della destra estrema in Europa ammiccano, più o meno esplicitamente, al nazismo. È un’allusione che spaventa, ma che in realtà grida debolezza: non sappiamo dare risposte nuove, ci rifacciamo al vecchio. Quel vecchio nega i valori occidentali che oggi proclamiamo. Evocare Mussolini o Hitler dichiara che non hai un’identità forte da proporre e ti poni in subalternità rispetto alla paura che vuoi combattere. L’Occidente e l’Italia hanno una storia, un patrimonio di pensiero e valori: l’Illuminismo, la democrazia, la liberazione dopo la seconda guerra mondiale, la costruzione della convivenza civile. Ridurre l’identità a un’allusione la trasforma in frantumi di passato e brandelli di futuro; una scorciatoia retorica che non genera politiche efficaci.
Non bisogna indietreggiare nei diritti, ma affermare con forza – e se necessario con misure impopolari – la dignità delle nostre regole democratiche. Chi pensa all’uomo forte come soluzione deve capire che l’unico uomo forte è colui che sa difendere le proprie conquiste democratiche con fermezza, anche nei nuovi modelli di società. Indietreggiare nei principi democratici, nei diritti conquistati con fatica dopo secoli di autodafé, delitti d’onore e camere a gas, significherebbe rinunciare all’identità che diciamo di voler difendere. L’identità non è un alibi retorico: non può essere evocata come slogan né sacrificata sull’altare della paura. Nel momento in cui chiamiamo in causa il passato autoritario per rispondere alle sfide del presente, dimostriamo incapacità di esprimere un’identità proiettata nel futuro, forte dei valori e radicata nella realtà odierna.
La vera scommessa è combattere con le armi delle democrazie liberali, affermando con forza, se necessario con misure impopolari, la dignità dei nostri principi. Lo snodo cruciale è trasformare l’identità da nostalgia a progetto: se non lo facciamo bene, non difendiamo i valori, anzi non difendiamo nulla.
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