Per vent’anni l’autonomia differenziata è stata il mantra della politica veneta. Il referendum del 2017, con oltre due milioni di sì, sembrava aver segnato un punto di non ritorno. Poi sono arrivati i governi che cambiavano, le trattative che si arenavano, le promesse che sfumavano. Oggi, con Calderoli ministro e la legge quadro approvata, il Veneto dovrebbe finalmente incassare il dividendo di tante battaglie. Ma i conti non tornano.

La Corte Costituzionale ha smontato pezzi importanti della riforma, imponendo paletti che riducono drasticamente la portata dell’autonomia. Le materie trasferibili sono meno di quelle sperate, i tempi più lunghi, le risorse incerte. Il sogno di un Veneto quasi-federale si è ridimensionato in un’autonomia amministrativa rafforzata, utile ma non epocale. Alberto Stefani eredita questo scenario e dovrà gestirlo con realismo. Da un lato, non può sconfessare una battaglia identitaria che ha cementato il consenso leghista per due decenni. Dall’altro, deve evitare di alimentare aspettative impossibili. I veneti che nel 2017 votarono per l’autonomia si aspettano risultati concreti: meno tasse, più servizi, maggiore efficienza. Se tutto si ridurrà a qualche competenza in più su viabilità e formazione professionale, la delusione sarà cocente.

C’è poi un dato politico da non sottovalutare. L’affluenza crollata alle regionali — 44%, sedici punti in meno rispetto al 2020 — racconta un elettorato meno mobilitato, forse meno convinto. L’autonomia non scalda più come un tempo. I giovani, in particolare, sembrano indifferenti a una battaglia che sentono lontana dai loro problemi quotidiani: lavoro, casa, costo della vita. Stefani dovrà trovare un nuovo racconto per il Veneto del 2026. Un racconto che vada oltre l’autonomia, senza rinnegarla. Un esercizio di rinnovamento e coerenza non facile.