Verso la Giornata della Memoria, se il rito del “mai più” si schianta contro il 7 ottobre

Manca una settimana alla Giornata della Memoria, e il Riformista vuole discuterne nella maniera giusta, aprendo un dibattito nella nostra comunità e oltre. Partiamo dai fatti, che non si possono e non si devono mettere in discussione. Il 27 gennaio è una data incisa nella nostra pelle civile. Quando i cancelli di Auschwitz furono abbattuti, il mondo vide l’abisso. E noi italiani possiamo dire, finanche con orgoglio, che siamo stati i primi a istituire la ricorrenza di quell’orrore con una legge del 2000, ben cinque anni prima che arrivasse il riconoscimento dell’ONU con la risoluzione 60/7. In Parlamento si discusse a lungo se scegliere il 16 ottobre – data del rastrellamento del Ghetto di Roma, che ci avrebbe costretto a guardare in faccia le responsabilità dirette del fascismo italiano – o il 27 gennaio. Vinse la scelta di Auschwitz, che significò dare alla memoria un respiro universale ed europeo, permettendo un voto quasi unanime e trasversale, spostando in qualche modo il baricentro del “Male” fuori dai nostri confini immediati.

Detto questo, vado al punto di un oggi molto controverso, senza girarci intorno. C’è chi discute dell’utilità di mantenere la centralità simbolica e concreta di questa ricorrenza. Per me sarebbe sbagliato rimuoverla o contrastarla. Guai a disconoscere lo straordinario lavoro che migliaia di insegnanti fanno ogni anno nelle scuole. Per un ragazzo di quindici anni, la Shoah è un evento lontano, sfocato nel tempo. Senza questa data, senza i viaggi della memoria, senza i progetti didattici, l’unicità di quella tragedia rischierebbe di scivolare nell’oblio, di diventare una pagina di storia come tante altre. E invece deve restare una pagina unica. Ma proprio perché questa giornata è preziosa, abbiamo il dovere di interrogarci su come va effettivamente vissuta. E qui bisogna dirsi tutta la verità. È inevitabile che ogni grande ricorrenza porti con sé una dose di ritualità. Succede anche a Natale: l’albero, le luci, la corsa ai regali spesso finiscono per coprire il senso profondo della festa.

Eppure, nessuno si sognerebbe di abolire il Natale solo perché rischia di diventare commerciale. I riti servono, tengono insieme le comunità.
Il rischio che corriamo con il 27 gennaio è però più sottile e ben più pericoloso. Il rischio è che il rito diventi anestetico. Che la celebrazione del passato ci impedisca di decifrare il presente. La Memoria, per avere senso, non può essere un oggetto da museo, statico e intoccabile. Ha bisogno di essere “vivificata”, resa fertile. Deve produrre anticorpi oggi, non solo lacrime per ieri. E qui sta il punto dolente, il nodo che quest’anno non possiamo sciogliere con la solita retorica. Al contrario va ascoltata con rispetto e attenzione la drammatica domanda che sale dall’interno del mondo ebraico: questa Memoria sta funzionando? O sta diventando un alibi?

Il dopo 7 ottobre ci ha detto che la risposta è molto problematica e accidentata. Di fronte alla più feroce caccia all’ebreo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, qualcosa nel meccanismo del “Mai più” si è inceppato. Abbiamo visto riemergere antichi fantasmi, un antisemitismo che credevamo sepolto e che invece passeggia nelle nostre università e nelle nostre piazze. Per la verità, non è solo un “passeggiare”: è una marcia organizzata. Siamo di fronte a una campagna globale falsificante e mistificatoria, sfacciatamente pro-Pal e pro-Hamas, antisraeliana, antisemita e antisionista. Una narrazione tossica che ribalta la verità storica, a cui troppi assistono o partecipano ormai senza remore, talvolta mascherandola da critica politica, talvolta rendendola oscenamente esplicita. È qui che la celebrazione rischia il cortocircuito. Se piangiamo gli ebrei morti nei lager ma restiamo indifferenti – o peggio, ambigui – di fronte all’odio che colpisce gli ebrei vivi oggi, se onoriamo la Storia ma non riconosciamo la cronaca, allora stiamo rendendo la memoria sterile.

Non si tratta di fare processi alla Giornata della Memoria, né di assumere posizioni radicali che non portano da nessuna parte. Si tratta, però, di accettare una sfida scomoda. Come accade con l’8 marzo – dove le mimose non cancellano le discriminazioni reali – anche il 27 gennaio non deve essere una “bolla” temporale che ci mette a posto la coscienza per 24 ore. L’obiettivo non è smettere di ricordare, ma evitare che la retorica soffochi la realtà. Quel “ricordo” non deve restare un omaggio ai morti, ma trasformarsi in una lotta concreta all’antisemitismo e all’antisionismo, che oggi colpiscono con codici nuovi e forme mutate. Scongiurare il ritorno dell’odio è una vergognosa ipocrisia se non si capisce come esso agisca nel presente. Non serve salvare il rito per mettersi a posto la coscienza: serve unire la memoria del passato alla responsabilità per il futuro. Vanno salvate le vite e messi in sicurezza gli ebrei di oggi e di domani. Altrimenti finiremmo per celebrare una stanca liturgia, smarrendo il senso, il significato di una immane tragedia.