Esteri
Accordo in 10 punti Curdi-Siria, così svanisce il sogno del Rojava
Curdi e Damasco fanno un passo indietro dall’orlo del baratro e le Forze democratiche siriane (SDF) firmano un nuovo accordo in 10 punti con il governo di al-Shara, questa volta più vantaggioso per loro rispetto a quello del 10 marzo 2025. Dopo un’intensa attività diplomatica guidata dagli Stati Uniti, il governo provvisorio siriano e le SDF hanno concordato un cessate il fuoco e lo scioglimento delle truppe curde di 100 mila uomini e donne, valorosi e super addestrati e la loro integrazione nell’esercito di Damasco, scongiurando così un conflitto totale.
L’accordo stipulato venerdì 30 gennaio tra il comandante delle forze curde del nordest della Siria Mazloum Kobane e il governo ad interim di al-Shara, rappresenta agli occhi della stessa comunità curda un buon inizio. Ma la vera prova del nove sarà il rispetto degli impegni prescritti dall’accordo, sponsorizzati dall’inviato speciale Usa in Siria Tom Barrack. È da vedere dunque se diventerà obbligo di legge la governance locale delle SDF nelle città a maggioranza curda e se lo diventeranno il riconoscimento della lingua e il diritto all’istruzione in curdo e se saranno attuati in modo coerente. È da vedere se i due estremi ideologici, la visione di sinistra dei curdi e la matrice islamista conservatrice dei nuovi governanti siriani, potranno coesistere pacificamente.
Sebbene poco dettagliato, il nuovo accordo segna comunque una svolta per i curdi, con Damasco che accetta la formazione di una divisione militare composta da tre brigate delle SDF. Inoltre, le forze curde manterranno una brigata separata per la città di confine di Kobane, assediata dalle forze governative siriane da circa due settimane. Mentre le forze di sicurezza del Ministero dell’Interno entreranno nelle città di al-Hasakah e Qamishlo, città araba, ma controllate dai curdi. L’accordo non menziona il decentramento, che è ciò per cui le SDF avevano maggiormente insistito. La pace sembrava irraggiungibile, poiché Damasco resisteva alle richieste del comandante in capo delle SDF, Mazlum Kobane, di attenersi alle promesse precedenti di consentire ai curdi di mantenere diverse brigate che sarebbero state sotto il comando generale dell’esercito siriano ma avrebbero operato nelle aree a maggioranza curda. Per Trump, le SDF, alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache la cui spina dorsale è costituita dalle Unità curde di protezione del popolo (YPG), create da Washington nel 2014 per la guerra contro l’Isis in Siria, hanno terminato il loro compito e sono state sostituite dall’esercito siriano di al-Shaara nella lotta contro le cellule residue dello Stato islamico.
In realtà il CENTCOM, il Centro di comando statunitense per le operazioni in Medio Oriente, aveva sempre considerato le SDF un solido partner regionale ed era impegnato nel consolidare tale cooperazione, ma Trump la pensa diversamente e dunque ha consentito all’esercito del presidente ad interim Shara di sferrare un attacco lampo prima nell’area curda di Aleppo e poi nella Siria nordorientale controllata dalle YPG per rinconquistarle e costringerle al ritiro confinandole nelle loro roccaforti di Kobane, Hasakah e di Qamishilo. Il sogno curdo di una regione autonoma della Siria del nordest (Rojava) è dunque definitivamente svanito. Ci troviamo di fronte ad un cambiamento radicale nella politica Usa nei rapporti con i curdi-siriani. Per Washington, le SDF non sono più necessarie; sono servite alla sconfitta dell’Isis grazie al loro prezioso e valoroso apporto militare e ora Trump, ironia della sorte, per scongiurare il rischio di un possibile ritorno del fanatismo islamista, fa affidamento su Shara, ex leader filo al-Qaida, insediatosi a Damasco dopo la caduta di Assad.
Il territorio delle SDF, nella Siria nordorientale e orientale, ricco di risorse energetiche e di petrolio, si è ridotto, in sole cento ore, da una estensione di 50 mila km² a una di 10 mila, con solo città e paesi curdi rimasti nelle mani del Partito di unità democratica (Pyd). Almeno 170 mila abitanti, sono stati sfollati da Raqqa, da Tabqa e da altre città e villaggi. Il pieno sostegno di Washington al governo di Shara dopo la caduta del regime di Assad aveva fortemente indebolito le SDF, strette in una morsa con a nord la minacciosa Turchia con i suoi alleati arabi-sunniti e turcomanno e a sud dall’esercito siriano. Era chiaro che il governo islamista di Damasco, in coordinamento con Ankara (ovvero con il governo dell’Ak Parti di Erdoğan), avrebbe sfruttato qualsiasi ambiguità da parte degli Stati Uniti come un’opportunità per espandere la propria influenza e riconquistare gran parte della Siria orientale.
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