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Carabinieri Piacenza: bisturi del chirurgo e non sciabolate all’aria per riconquistare la fiducia dei cittadini

Carabinieri Piacenza: bisturi del chirurgo e non sciabolate all’aria per riconquistare la fiducia dei cittadini

Confermo una volta di più la mia solidarietà all’Arma dei Carabinieri ed alla stragrande maggioranza degli appartenenti. Quelli che sono onesti eroi silenziosi del quotidiano, in prima linea sul territorio, nelle oltre 5000 stazioni dell’Arma. Quelli che, assieme ai loro colleghi poliziotti, finanzieri e agenti della polizia penitenziaria, svolgono un’opera essenziale, vitale e meritoria anche quando non versano il sangue dei tantissimi loro eroici colleghi caduti nel martirio a difesa dei nostri diritti, della nostra sicurezza e libertà.

Penso però che non sarà facile né breve per l’Arma curare le ferite inferte da questa storia. E lo penso per esperienza diretta, avendo vissuto e contribuito personalmente alla non facile ricostruzione della fiducia nella Guardia di Finanza da parte dell’opinione pubblica. Quale responsabile della comunicazione istituzionale del Corpo, nella seconda metà degli anni Ottanta. Dopo la drammatica vicenda dello “Scandalo dei Petroli”, che portò persino all’arresto del Comandante Generale (all’epoca proveniente dall’Esercito) Vincenzo Giudice, e del Capo di Stato Maggiore (che era invece un finanziere) Donato Lo Prete. Scandalo cui seguì per anni una delle prime saghe mediatico-giudiziarie nazionali che fece molto soffrire i finanzieri onesti. Che erano e sono la stragrande maggioranza.

Ma il tempo, come dimostrato dalla Guardia di Finanza, è galantuomo. E permetterà quindi all’Arma di fare profonda pulizia al proprio interno (partendo dalle evidenti criticità anche nell’azione di comando, a tutti i livelli), e ridare pieno onore ai Carabinieri. Che sono vittime tra le vittime degli oggi presunti innocenti, ma indagati, di Piacenza. Se condannati, questi lo saranno anche per una gravissima ferita inferta ai loro colleghi.

Carrierismo e triangolazioni forze di polizia-PM-giornalisti

Da quanto appare sinora dalle notizie emerse, il terreno su cui hanno fatto presa le male piante di Piacenza – con similitudini a certi aspetti di Magistratopoli – è l’eccessivo e spregiudicato carrierismo, che spesso sembra essere stato un movente non solo dei Carabinieri infedeli, ma anche di dirigenti investigativi. Compresi, viene da pensare, alcuni organi giudiziari locali che, va ricordato, sembrano aver convalidato senza forse porsi troppe domande quella lunga serie di arresti. Perché quelle convalide, da quanto ci risulta senza rilievi, potrebbero, anche se solo in parte, attenuare la responsabilità della locale scala gerarchica dell’Arma, che ha limitatissima influenza sull’attività di polizia giudiziaria dei propri sottoposti. Questa situazione, seppure con sfumature e gradazioni diverse, è rischio che corrono anche tutti gli altri organi di polizia giudiziaria. Il carrierismo più spregiudicato è spesso basato sulla pura ricerca del consenso e la spettacolarizzazione mediatica delle indagini preliminari. E quindi basato non tanto sulla qualità delle indagini quanto sulla quantità e pubblicità di arresti, denunce e sequestri. Che sono il parametro per la concessione degli “encomi”. Elementi essenziali per la carriera nelle forze di polizia. Che dovrebbero essere invece concessi sulla base delle condanne definitive, delle confische e sugli effettivi benefici per la collettività che fanno seguito a quelle indagini. Parametri più oggettivi per valutare il reale rendimento non solo delle forze di polizia ma anche delle procure della repubblica. Motivandole a puntare più sulla qualità che sulla quantità ed il clamore mediatico dei propri atti. A questa patologia, che rende l’Italia unica tra i paesi civili, contribuisce come noto anche la stampa. Le carriere di troppi giornalisti, si sono sinora costruite sulla loro capacità di fare da megafono alle Procure della Repubblica (non dei tribunali), quasi fossero i loro uffici stampa. Mentre una stampa libera e professionale dovrebbe basare i propri articoli su autonome inchieste giornalistiche, più obiettive e indipendenti. Possibilmente in contraddittorio con quelle della polizia giudiziaria e delle procure della repubblica, nel rispetto di quella funzione di watch dog (cane da guardia), come dicono gli anglosassoni, delle libertà e della democrazia che dovrebbe svolgere la stampa libera. Ma è ovviamente molto più rapido e meno faticoso scrivere articoli, e persino libri, parafrasando atti investigativi ricevuti magari sotto banco o in esclusiva, piuttosto che condurre in proprio una vera e autonoma inchiesta giornalistica.

A proposito dell’autocritica che dovrebbe farsi anche all’interno della magistratura, penso ci siano responsabilità indirette anche di quella amministrativa (TAR e Consiglio di Stato), e non solo di quella penale, che è la vera responsabile delle attività della Polizia Giudiziaria. Avendo sottratto, dal momento della riforma del codice di procedura penale, la direzione dell’attività di PG alla gerarchia interna. Direzione condotta a volte sul principio del dividi et impera non solo tra le diverse forze di polizia, ma anche tra sottoposti e superiori gerarchici all’interno dei corpi di appartenenza.

La giustizia amministrativa concorre di fatto, attraverso ricorsi e contro-ricorsi, alle carriere dei militari. Non solo rimediando agli errori o alle colpe dell’amministrazione. A volte anche con veri e propri interventi a gamba tesa nel funzionamento interno delle forze di polizia. Pensiamo ad esempio alle rigorose misure di controllo interno da parte della gerarchia nei confronti dei sottoposti, ora da tutti sollecitate a gran voce, dopo lo scandalo di Piacenza. Ma proviamo anche ad immaginare le difficoltà che quelle stesse gerarchie devono affrontare di fronte alle miriadi di ricorsi amministrativi dei dipendenti. In un sistema dove il concetto di autorità gerarchia, dagli anni Settanta, è stato molto affievolito. E vediamo quindi quanti comandanti o dirigenti, sempre per fare un esempio, sono pronti a mettere in conto le pesanti conseguenze derivanti dal chiedere contezza anche della vita privata e del tenore di vita di un proprio sottoposto, di fronte alla necessità poi di doverne giustificare, con tutte le pezze documentali, la ragione, la motivazione e la legittimità della loro richiesta. Affrontando lunghissime procedure giudiziarie di fronte a TAR e Consiglio di Stato, che spesso danno loro torto. Stesso discorso può farsi per i reclutamenti, per i quali in passato era proverbiale il controllo sulla moralità della famiglia di provenienza dell’aspirante carabiniere: informazioni accurate fino alla settima generazione e analisi di ogni possibile aspetto, sul presupposto che l’ambiente di provenienza fosse determinante per la scala di valori che un ragazzo interiorizza. Il Comandante della Compagnia competente doveva firmare un “Attestato di idoneità morale”, senza il quale nessuno poteva essere arruolato. E per l’ufficiale che lo firmava era come sottoscrivere una cambiale in bianco, perché se poi quel Carabiniere si fosse macchiato di qualcosa, anche dopo vent’anni, gli avrebbero chiesto conto del suo giudizio positivo e avrebbe potuto pagare caro il fatto di averlo rilasciato.

Oggi questo è divenuto impensabile. Progresso? Forse. Ma dobbiamo tutti conoscerne anche le conseguenze, prima di sentenziare in libertà sull’onda dello scandalo e, soprattutto, prima di mettere in opera adeguate contromisure che possano prevenire il ripetersi di schifezze analoghe a quelle piacentine.

Altra considerazione riguarda la rivoluzione culturale che dovrà necessariamente discendere dalle incresciose vicende mediatico-giudiziarie, non solo relative ai fatti di Piacenza, che stanno flagellando i Carabinieri. Ma che, ripeto, senza la dovuta e costante tensione etica e morale può riguardare, come ha già riguardato in tempi diversi, ogni corpo di polizia ed ogni forza armata. Al pari di ogni altro corpo e istituzione dello stato.

Episodi di spregiudicatezza investigativa, falsificazione, alterazione e occultamento di verbali e atti pubblici, ma anche di abuso dell’uniforme per fini personali, troppe volte emersi, devono essere combattuti con assoluta severità. Al pari di ogni violazione dei diritti umani. Anche dei più pericolosi delinquenti. È solo questo che fa la differenza tra chi rappresenta in uniforme lo Stato liberale e democratico e chi ha scelto la via del crimine. Senza se e senza ma. Senza fini leciti che non giustificano mai mezzi illeciti. Se non al prezzo di quella libertà, legalità e democrazia che chi la veste deve incarnare. Perché il carabiniere, come ogni appartenente alle forze dell’ordine, ma anche ogni magistrato, deve incutere rispetto, mai timore nei cittadini (ma anche negli stranieri).

E questa rivoluzione culturale all’interno dell’Arma, che deve essere tensione etica e culturale permanente in tutte le forze di polizia, e la stessa magistratura, dovrebbe comprendere anche la rinuncia ad eccessive autocelebrazioni, cui troppe volte assistiamo, che possono rischiare di trasformare il sano e necessario spirito di corpo (o di corrente, come emerso anche da Magistratopoli) in omertà e obbligo di lavare sempre i panni sporchi in famiglia. Se non quello di nascondere sempre la polvere sotto il tappeto.

Nella consapevolezza che l’illegalità, come la corruzione, può esistere ed esiste ovunque. Come ovunque è sempre esistita e sempre esisterà. A tutte le latitudini del mondo. E in tutte le istituzioni. Anche e soprattutto in quelle che per natura, come forze di polizia e magistratura, stanno giornalmente più a contatto con l’illegalità, alle contaminazioni della quale sono pertanto più esposte di altri. E va combattuta quindi con uno spirito laico, mai dogmatico o talebano. Lo spirito cioè della serena consapevolezza della sua esistenza, e dell’impossibilità di ottenere il rischio zero. Quindi della necessità di porvi rimedi chiudendo con determinazione e inflessibilità le stalle ben prima che i buoi ne siano usciti, e contenerla nell’incompressibile minimo fisiologico. Per tendere al quale serve la mano asettica, ferma e decisa del chirurgo, capace di estirpare dal corpo malato le cellule tumorali, senza danneggiare nessuna di quelle sane. E non sciabolate nell’aria, cui siamo da troppo tempo abituati in Italia dopo ogni scandalo. Perché, sebbene più suggestive e scenografiche, causano spesso molti danni collaterali, e raramente colpiscono il vero bersaglio.

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