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Come costruire una vita

Giornalista freelance
Come costruire una vita

Lo psicologo e saggista americano, Martin Seligman nel suo “Homo Prospectus” del 2016, scrive che utilizziamo dal 30 al 50% del nostro “pensiero autogenerato” – quello che pensiamo senza volerlo – contemplando il futuro lontano. È così: anche se è nel presente che abbiamo i piedi ben piantati, noi tutti viviamo nel futuro, è la nostra natura. Ecco perché, in alcune situazioni – come questa della pandemia – soffriamo molto.

Ora, la pandemia è un fenomeno collettivo, e non possiamo fare nulla per ignorarlo o evitare i vincoli che impone alle nostre vite. Nessuna discontinuità, poche facce nuove, scarso movimento o eventi da attendere. Tutto quello che possiamo fare è aspettare: che la curva dei contagi e soprattutto quella dei morti si flettano, che sia possibile vaccinarsi; aspettare qualcosa, qualsiasi cosa, in grado di cambiare le nostre prospettive. Eppure non siamo proprio indifesi in questa attesa, riflette sull’Atlantic Arthur Brooks, nella sua rubrica “Come costruire una vita”: “Mentre non possiamo fare nulla per cambiare la dura realtà della pandemia, possiamo rovesciare la mentalità con cui la affrontiamo”, scrive.

Non è un mantra da “coaching motivazionale” ma un metodo molto concreto che consiste nell’attivare il proprio “difensore interiore”, proprio come se fossimo impegnati in una controversia con noi stessi: costruisci un’argomentazione solida a favore di un’alternativa diversa dal peggiore degli scenari, e discutila con te come se fossi un avvocato! Vi faccio un esempio: con la seconda ondata del virus, sono tornata in modalità smartworking. Da un lato, mi sento più serena nell’evitare gli affollati mezzi pubblici romani, dall’altro mi sento (e indubbiamente sono) più povera: di stimoli, di scambi, di “realtà”.

È come se questa prolungata anomalia quotidiana, che mesi fa ha fatto le prove generali quando il mondo ha scoperto la pandemia, mi abbia neutralizzato le energie, spento l’interruttore e convinto che la mia nuova normalità debba essere questa, per sempre. Così è arrivato il panico, di notte, e nessun ragionamento razionale ha potuto fare qualcosa contro una tale potenza di fuoco. A parte aiutarmi con mezza pasticchetta prima di andare a dormire.

E mi sono ricordata – leggendo quello che scrivono Seligman e altri circa l’opportunità di verbalizzare le previsioni negative sul futuro e di contestarle in modo solido – di quando, da piccola, dopo aver perso mio padre, ho affrontato con le risorse che avevo quel lutto di cui neanche comprendevo bene i contorni: lo facevo raccontandomi delle storie. Avevo una decina di anni e già le “favole-favole” non funzionavano più: funzionavano le storie realistiche, con persone che si aiutavano ed erano presenti e solidali, con bambini che potevano anche avere un solo genitore ma crescevano felici e appagati, magari con tanti cani intorno. Tutto questo mi faceva immaginare un futuro migliore del mio presente triste e monco. Lo facevo spesso, ricordo, in momenti diversi della giornata, nei “momenti rifugio”, quando avevo bisogno di uno spazio di vita pensata tutto mio.

Così ho ricominciato a farlo, oggi: a parlarmi in modo diverso, senza prefigurare sciagure, ma neutralizzando la tendenza – divenuta abitudine – a immaginare lo scenario peggiore di un presente funestato da un virus che ha capovolto tutto, lasciando tanti di noi a gambe per aria. “È molto probabile che il nostro futuro sia più luminoso e ricco di quello che pensiamo nei momenti più bui”, scrive Arthur Brooks: quindi contestiamo il nostro pessimismo non con un ottimismo “meccanico”, ma con i fatti.

E mentre ci siamo, leggiamo meno storie sulla pandemia. Probabilmente non stiamo imparando niente di nuovo: stiamo solo cercando di elemosinare un po’ più di certezza sul futuro. Il che è impossibile.

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